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Omelia del Vescovo Rodolfo alla veglia di preghiera per l’apertura dell’Anno della vita consacrata

Omelia del Vescovo Rodolfo alla veglia di preghiera per l’apertura dell’Anno della vita consacrata

Domenica 1 febbraio Cattedrale di San Lorenzo

Grazie a tutti di essere qui nella Cattedrale: consacrate, consacrati, laici, sacerdoti.

Ho voluto anticipare di un giorno la Giornata della vita consacrata per avere insieme la possibilità di lodare, di pregare e ringraziare Dio di questo dono e anche perché domani – Festa della Presentazione di Gesù al tempio – ogni consacrato possa celebrare la sua festa nella Parrocchia o nella comunità nella quale opera quotidianamente. Questi gesti per sottolineare ancora l’importanza del vostro essere in questa Chiesa e il senso del vostro inserimento tra noi, che si incarna nel vostro lavoro e in una specifica comunità.

Grazie di essere consacrati al Signore! Grazie di esserlo in questa Chiesa!

Grazie a chi ha preparato questo momento con la scelta del brano delle Nozze di Cana, tratto dal Vangelo di Giovanni. Questo racconto di una festa di nozze è come l’immagine del mondo, l’immagine dell’umanità che si raccoglie attorno ad una storia d’amore. Attorno all’amore, attorno al bene reciproco si raccoglie tanta gente. L’amore attrae, l’amore attira! E allora ci si impegna tutti in questo gesto, perché la gioia sia piena, perché tutti possano parteciparvi, perché le porte di casa siano aperte e perché la tavola sia pronto per tutti. Si vorrebbe, come in ogni momento di gioia, che la festa non finisse mai.

Dice Giovanni: <Anche Gesù con i suoi> è alla festa. Potremmo dire oggi: anche la Chiesa è dentro a questo mondo e ne condivide le gioie, le speranze, le apprensioni; si carica dei suoi desideri di bene, dei suoi bisogni di bellezza; porta qualcosa alla festa di questo mondo e al tempo stesso consuma ciò che la festa offre a tutti: a Cana il cibo, l’amicizia, la conoscenza; nella vita tutto quello che di bello il mondo ci offre.

Fuori dell’immagine delle nozze di Cana potremmo dire che Gesù e i suoi – cioè noi Chiesa – condividono l’umanità; condividono le realtà sociali, storiche, economiche; condividono specialmente il profondo desiderio e – direi – la struttura stessa della vita, che è fatta per il bene, per la festa, per le nozze, per la fecondità.

E’ l’immagine di Cana che continua nella Chiesa.

Ma ogni cosa umana, anche la più bella, giunge al suo limite: ogni cosa porta con sé il rischio di potersi interrompere, di non poter durare per sempre. Questo avviene a Cana e avviene nella storia desiderata, amata, vissuta per tutti. Sempre. E questo limite fa trepidare ogni cosa nella nostra vita, ogni situazione, in ogni tempo.

E’ Maria, la madre di Gesù, che per prima ha la percezione di questo pericolo a Cana: <Non hanno più vino>.

E’ Maria che quasi forza Gesù, ponendolo di fronte a questo problema e mettendolo al centro di questo limite.

E’ Maria che sa andare anche oltre la prima risposta di Gesù. Ella vive talmente la necessità di quegli sposi, che ciò le dà la forza di forzare Gesù come ad anticipare la sua ora. Maria sapeva che Gesù era venuto per la felicità di tutti, anche di quei due giovani.

Sì, l’ora di Gesù è il suo darsi perché ogni limite fosse vinto e superato; Maria, come donna e come madre, sa che il bisogno vero, anche di due soli giovani, può forzare il programma di Dio, o meglio: Maria capisce che si può trovare al progetto grande di Dio – l’ora di Gesù – il tempo storico adatto perché questo dono si faccia vita per quelle persone, si incarni.

I tempi di Dio li sa Dio, così come i tempi della Chiesa; Maria, donna e madre, sa accelerarli, sa farli diventare momento per l’uomo e per la sua felicità.

E’ Maria, poi, che coinvolge i servi, coloro che avevano preparato, perché la festa sia salvata; fa essere loro, inconsapevoli, i primi veri discepoli di Gesù: <Fate tutto quello che egli vi dirà>.

Che splendida autorevolezza in questa donna, che è madre e che ha occhio per tutti e per tutto, che sa accorgersi del bisogno di ognuno.

Ad un certo punto del racconto, però, Maria scompare dalla scena; i protagonisti sono altri: è Gesù, uno tra i tanti invitati, a diventare il centro della festa e la festa è salvata da un incontro nuovo, in cui i servi, ormai davanti al rischio di fallimento di quel momento, permettono che esso sia salvato obbedendo a quell’invitato, obbedendo a Gesù.

Ma la conclusione del racconto non è solo la festa che si salva: quel che è accaduto diventa un segno, il primo dei segni per cui i discepoli credettero in Lui; il segno per cui Gesù manifestò la sua gloria. Quel fatto molto semplice, molto materiale – acqua, vino – diventa segno della presenza vera di Dio. Gli occhi dei suoi si aprirono davvero al suo mistero, credettero in Lui.

Questo racconto è come una sequenza della linea femminile – direi, mariana – del seguire Gesù. Un seguire, da parte di Maria, che diventa quasi un guidare Gesù, un portarlo di più dentro la storia quotidiana, Lei che gli aveva fatto spazio nel suo grembo perché fosse tra gli uomini!

E’ una via – ripeto – quella mariana, che nella Chiesa si affianca a quella di Pietro o di Giovanni: tutte importanti, ma diverse, quasi bisognose tutte della via mariana di stare accanto a Gesù.

Ecco, questo elemento mariano continua nella Chiesa grazie alla vita di piena comunione col Signore. Tutti la riceviamo nel Battesimo, ma può diventare speciale, può diventare vita consacrata al Suo Vangelo e alla vita degli uomini!

Maria l’ha iniziata col suo <sì> totale a Dio, che è capace di rendere possibile tutto; questo <eccomi> all’impossibile di Dio continua ad essere la vita consacrata, che oggi celebriamo come dono e come realtà, fatta viva in persone e in comunità che sono nella Chiesa, in questa Chiesa, qui tra noi. Il vostro, nostro modo di farsi prendere totalmente dal mistero dell’amore di Dio in tante forme (lo abbiamo sentito nelle parole dei vostri fondatori) arricchisce, dando a voi stessi e alla Chiesa intuiti nuovi.

Come a Cana, anche nella storia della Chiesa Gesù non è mai mancato (<Sono con voi tutti i giorni sino alla fine del tempo>), ma ci sono volute persone che lo rimettessero al centro, prima nella loro esistenza e poi in quella di tutta la Chiesa.

Papa Francesco nella lettera che ha scritto per questo anno speciale della vita consacrata dice: <Cosa sarebbe la Chiesa senza san Benedetto e san Basilio, senza sant’Agostino e san Bernardo, senza san Francesco e san Domenico, senza sant’Ignazio di Loyola e santa Teresa d’Avila, senza sant’Angela Merici e san Vincenzo de Paoli? L’elenco si farebbe quasi infinito, fino a san Giovanni Bosco, alla beata Teresa di Calcutta. Il beato Paolo VI affermava: «Senza questo segno concreto, la carità che anima l’intera Chiesa rischierebbe di raffreddarsi, il paradosso salvifico del Vangelo di smussarsi, il “sale” della fede di diluirsi in un mondo in fase di secolarizzazione» (Evangelica testificatio, 3)>.

Queste persone e tutti coloro che sono stati chiamati alla vita consacrata, sono stati capaci portare di Lui vivo nella Chiesa, con la sicurezza che la sua ora, l’essere il Salvatore di tutti, si può ri-attuare sempre e in ogni tempo. Potremmo dire che questo è il cuore del coraggio dei vostri fondatori: fiducia in Gesù che è vivo, fiducia che fa guardare ad ogni ora difficile della storia e ad ogni sua povertà senza paura, con la fantasia creatrice dello Spirito e della carità. Quanti bisogni di bene nella storia hanno trovato nei nostri fondatori e i loro seguaci una risposta, una salvezza, come quella poca acqua di Cana portata a Gesù!

E così, con la vita dedicata a Lui e donata agli altri, che cosa hanno continuato a dire al mondo se non quello che Maria disse ai servi: <Fate quello che egli vi dirà>? Sempre ogni ordine religioso, ogni consacrato con la sua vita e con la sua parola ha testimoniato che Gesù è la pienezza. E quanta carità, quanta missionarietà da parte di questi uomini e di queste donne e quel modo di vivere e di donarsi secondo le differenti necessità del tempo ha dato la capacità di trasformarsi, di sparire e di rinascere sotto nuove forme: dal monachesimo degli inizi alle forme mendicanti, a quelle attuali. Uno scomparire di scena, come Maria a Cana, ma anche un mezzo per aiutare gli uomini di ogni tempo a credere in Lui, al Dio presente nell’oggi dell’uomo, vivo nella sua Chiesa.

Oggi forse è il momento in cui anche la vita consacrata sta sperimentando il diminuire e anche lo scomparire, ma sempre con la certezza che Gesù è ancora vivo e presente e con questa ricchezza, con questa fede lo Spirito sa suscitare nuovi segni, nuove espressioni del suo amore, che diventa amore per Dio e per i fratelli.

E’ quello che nella nostra semplicità e anche nella nostra povertà oggi celebriamo. Dopo vi sarà distribuita la lettera di Papa Francesco: per gratitudine ho voluto scrivere due parole per ognuno. Leggetela, questa lettera, se non l’avete già fatto e se l’avete fatto riprendetela, meditatela, pregatela. E’ semplice, ma di una semplicità evangelica che fa bene all’anima. Papa Francesco l’ha scritta a voi <come fratello vostro, consacrato a Dio come voi per confermarvi nella fede>: è il senso di questo anno speciale, confermare ognuno di noi nel cammino a cui è stato chiamato. Anch’io personalmente, chiamato come voi ad avere questa intensità di fede come Maria e come i nostri fondatori, sono chiamato a confermarvi nella fede: Egli è vivo, è tra noi, in questa Chiesa, nel mondo, tra gli uomini di oggi e vuol continuare a raggiungere tutto e tutti attraverso le nostre persone, le nostre comunità. Vorrei che questa certezza confermasse davvero ognuno nella fedeltà e nella fiducia.

Ve lo dico con tre semplici parole.

La prima è: gratitudine. Gratitudine di questa Chiesa a voi. Quante realtà della nostra diocesi hanno radici nella vita, nella testimonianza, nel lavoro, nel sacrificio dei consacrati e delle consacrate! Quante parrocchie hanno la loro origine grazie alla presenza dei consacrati. Ma penso anche alle scuole, alle strutture per i malati, agli ospizi; penso all’accoglienza, alla vicinanza a tante persone… La Chiesa vi dice grazie, perché tutto ciò continua oggi attraverso di voi.

Oltre la parola gratitudine, vorrei dirvi la passione, quell’attaccamento appassionato alla vostra vita, perché si continua a vedere in voi la fatica e l’impegno, la voglia di non mollare e la domanda a Dio di poter essere ciò che Lui vuole. Ve lo dico con gratitudine, perché in ciascuno di voi – pur nei limiti – traspare questo desiderio, che fa bene alla Chiesa!

Infine, l’ultima parola è fiducia, perché dal dono intenso di voi stessi il Signore saprà suscitare nuova vita, nuova vitalità, nei modi e nelle forme che Lui vorrà. Noi abbiamo questa fiducia, la fiducia del seme che si impegna per quel che è e nella sua povertà il Signore lo fa germogliare.

Grazie, allora, al Signore, ad ognuno di voi, alla Chiesa nella quale ciascuno di noi è nato e nella quale ciascuno è chiamato a donare la sua vita.

Amen!

+Rodolfo, vescovo