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“Tenere fisso lo sguardo su Gesù e lasciarsi guardare” L’Omelia del Vescovo nella festa della Presentazione del Signore

“Tenere fisso lo sguardo su Gesù e lasciarsi guardare” L’Omelia del Vescovo nella festa della Presentazione del Signore

Cari fratelli e sorelle, carissimi sacerdoti, carissimi consacrati,

buona festa a tutti nel giorno della Presentazione di Gesù al tempio.

Benvenuti nella Cattedrale, luogo centrale della nostra Chiesa, per vivere insieme la ricchezza di questo momento, fatto di tante cose, ma fatto in primo luogo di tutti noi, in modo particolare dei sacerdoti, dei religiosi, delle religiose, dei consacrati, che oggi celebrano la loro festa.

In Oriente quella odierna è chiamata la Festa dell’Ipapante, che vuol dire festa dell’incontro, dello stare a tu per tu, faccia a faccia. Come dire che la festa, cioè la gioia, la ricchezza, la felicità, è data da questo modo di relazione con Dio: Lui di fronte a noi, a tu per tu, che si offre; noi di fronte a Lui, in una relazione che può essere un incontro continuo, che ha dei momenti forti, altri in cui ci sembra meno appariscente e altri ancora in cui, anche nel quotidiano, nelle cose normali e talvolta faticose, può essere un incontro profondo, quel “segreto” che riempie il cuore di ognuno.

Oggi questa festa è arricchita da tanti segni: noi, prima di tutto; la luce, simbolo di Cristo; l’aver attraversato ancora una volta insieme la Porta Santa tenendo in mano le candele accese in questo anno Santo della misericordia di Dio, per dire che davvero siamo attaccati a quella luce, fin dal giorno del nostro Battesimo; ne siamo guidati e allo stesso tempo cerchiamo di seguirla insieme e oggi, in modo particolare, pensando ai consacrati e alle consacrate dentro la Chiesa, ricchezza di carismi e di doni speciali che nel corso dei secoli Dio ha dato al mondo e che vengono vissuti in tanti modi diversi: nella vita di preghiera, nella contemplazione, nel servizio, nell’insegnamento, nella predicazione, nella vita in fraternità.

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Vorrei ringraziare tutti i consacrati e le consacrate presenti nella nostra Diocesi per quello che sono adesso, ma anche per quello che le loro comunità sono state da sempre per la nostra Chiesa, che in certi momenti – possiamo dire – è stata costruita, arricchita da tante loro presenze, anche più numerose di quelle di adesso.

Nel ringraziarvi, vorrei ricordarvi le tre parole che il Papa ieri ha indicato per dire chi sono i consacrati.

La prima parola è profezia, segno che ci indica dove va la nostra strada, segno che ci parla di Dio e che ci ricorda – attraverso la vita di uomini e donne come noi – che Dio è tutto, è la ricchezza verso cui ogni uomo e ogni donna tende.

L’altra parola ricordata dal Papa è prossimità, cioè vicinanza. I consacrati sono attaccati a Dio per essere prossimi, a servizio, dono per i fratelli, ma anche tra loro. Francesco, ieri, mettendo da parte i fogli scritti, ha parlato in modo particolare della loro testimonianza di fraternità, della loro carità.

La terza parola è speranza. Con la loro vita, nella povertà, nella castità, nell’obbedienza – parole che ci dicono come l’uomo non mette al centro se stesso, ma la ricchezza che è Dio – i consacrati sono quel filo d’oro che ci attrae, tutti, e ci dicono che anche in tempi difficili questo segno va tenuto alto.

Accanto a queste tre parole, vorrei augurare a me e a tutti noi il significato di questa giornata: la festa dell’Incontro. Per ognuno, perché attraverso i segni che viviamo e la Parola ascoltata, possiamo ravvivare la nostra relazione di “a tu per tu” con Dio, come ricchezza, come chiamata, come dono per la nostra vita.

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Oggi don Marco, che segue sempre bene le nostre liturgie, ha preparato questo libretto, che vi invito a tenere davanti ai vostri occhi, perché vorrei che oggi non solo ascoltassimo le parole, ma osservassimo anche questa stupenda immagine di un affresco di Giotto nella Cappella degli Scrovegni, a Padova, che raffigura la presentazione di Gesù al tempio.

Vedete Gesù, il Bambino: se tirate una linea immaginaria dai quattro angoli, vi accorgete che il Suo volto è al centro della scena. E’ Lui che dobbiamo incontrare e Lui è al centro del tempio, come a dire che Dio, che ha voluto essere in mezzo al suo popolo, gli viene incontro attraverso Gesù.

Giotto, uomo di fede e di arte, sa dirci questo nella bellezza.

Attorno al Bambino due coppie: da un lato Giuseppe e Maria, dall’altro Simeone ed Anna.

Gesù è al centro dell’umanità, nella giovinezza di Maria e Giuseppe, e nella lunga età di questi due anziani, che stanno intorno al tempo.

Sul lato di sinistra c’è una donna ed in alto un angelo: come Dio contempla l’incontro del Suo Figlio Gesù con l’umanità, così una donna – figura di ognuno di noi – assiste a quella scena, perché quella ricchezza diventi sua.

Come quella donna anche noi stasera contempliamo quella scena per farla diventare nostra.

C’è, poi, un particolare che trovate nel libretto nella penultima pagina, dove è messo in evidenza lo sguardo intenso che passa tra Gesù e Simeone. Il Bambino che, quasi staccandosi – un po’ impaurito – dalle mani della mamma, guarda fisso – come fanno in questi casi i bambini – il vecchio Simeone e si affida a lui. E Simeone che lo guarda in modo altrettanto fisso, con un’intensità tale che sembra volerlo “rubare” con gli occhi e che lo avvolge tutto con la sua persona, con la sua veste con la sua barba. In quello sguardo egli si perde completamente.

Ecco, guardiamo questa figura pensando alla nostra vita, come cristiani, come persone che hanno incontrato il Signore, ma vogliono incontrarlo sempre di più.

Come cristiani e come consacrati: lo sguardo fisso di Gesù su di me, ma anche mio su di Lui.

Papa Francesco, nella Bolla di indizione del Giubileo della Misericordia, ci invita proprio ad avere questo sguardo fisso su Gesù (cfr Misericordiae Vultus, 3); nell’affresco di Giotto comprendiamo bene cosa ciò voglia dire: avere un unico obiettivo, guardare a Lui; avere un’unica ricchezza, non guardare ad altro che a Lui, fino a perdersi in Lui, tuffarsi tutto nel suo sguardo!

La vita rapita da uno sguardo, come può essere quello di una persona di cui ci si innamora, lo sguardo del Bambino, che resta sempre un po’ interrogante, come a volerci dire: Tu come mi guardi? Come mi accogli? In che modo sono la ricchezza della tua vita?

Simeone lo riceve in dono da Maria, le cui mani aperte ci ricordano che Dio è un dono e che si dona gratuitamente, attraverso la Chiesa, dove lo ritroviamo sempre nel perdono, nella Parola, nell’Eucaristia.

Quelle mani aperte e protese verso Simeone ci ricordano che Dio è gratis!

E Dio, in Gesù, è tutto per il vecchio Simeone: lo tiene tutto per sé, ma in quel gesto mostra anche la sua capacità di donarlo, come a dire che ognuno di noi nella sua vita cristiana, solo se accoglie e sa tenere così intimamente a sé il Signore, sa poi portarlo agli altri: alla sua Chiesa, alla famiglia, ai fratelli, al mondo.

Questo dipinto di Giotto ci aiuta a “fotografare” visivamente il racconto del Vangelo di Luca su questo incontro, che non è casuale, anzi l’evangelista misura le parole, ma ripete più volte che dietro questo momento c’è una promessa, che lo Spirito Santo ha fatto a Simeone, il quale quel giorno è stato “mosso” (cfr Lc 2,27) a recarsi al tempio.

E’ Dio che vuole venirci incontro e che ci prepara all’incontro con Lui.

Il racconto poi ci svela anche qual è la parte che fa Simeone e ci dice qual è la parte che spetta anche a noi, affinché questo incontro sia vero e possiamo riconoscerlo in un momento della nostra vita.

Simeone sta a Gerusalemme, che simboleggia la città dove Dio vuole abitare in mezzo al suo popolo; egli sta nel luogo in cui Dio si può incontrare; è giusto e pio; è un uomo che nella sua vita ha cercato di farvi entrare lo sguardo di Dio, la sua relazione, anche se in quel periodo dov’era Dio? C’era una promessa, ma quando sarebbe venuto?

Luca ci indica qual è l’atteggiamento più profondo di quest’uomo: aspettava nel suo cuore la consolazione di Israele (cfr Lc 2,25). E aspettò per lunghi anni. Dietro quella parola – consolazione – c’è il valore di tante vicissitudini di cui essere consolati, di tante difficoltà attraversate nella vita (interne, esterne)… Simeone, con la promessa di Dio – che forse ha sentito una volta nel suo cuore attraverso l’amore dello Spirito – ha tenuta tesa tutta la sua esistenza, attendendo, senza mai abbassare la sua aspettativa, vivendola nella sua carne giorno per giorno.

Ed è proprio questa sua umanità ad aver reso tanto intenso l’incontro di quel giorno al tempio, da fargli dire:

“Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi han visto la tua salvezza” (Lc 2,29-30)

Da un lato la promessa di Dio; dall’altro il tenere sempre al centro tale promessa anche se poi giorno dopo giorno, difficoltà interne ed esterne, avevano reso tanto lunga quell’attesa.

Quest’uomo ci dice il senso della vita del credente ed il senso del tempo che ci è dato da Dio.

Quanti incontri anche noi, quante vicissitudini, quanti messaggi, quante scelte – da ragazzi, ad adulti fino all’età anziana –: dalle più semplici a quelle decisive per la nostra vita. E quanti valori, quante gioie, quante difficoltà, ma dentro tutte queste cose ognuno di noi ha ricevuto il seme della promessa di Dio, quella fede che è stata seminata nella nostra vita e che rimane come il suggerimento di Dio, che attraversa come una trama tutti i nostri giorni, le nostre speranza, le nostre attese, la nostra vocazione. Dal laico cristiano, al consacrato, al sacerdote, al vescovo.

Simeone fissa la sua vita intorno alla certezza che Dio aveva messo in essa, attraverso le prove. La fede certa, ma sempre sottoposta alle difficoltà e che ha reso forte la sua ricerca, la sua attesa e che lo ha reso pronto, attento, nel giorno in cui il Signore era al tempio, ad accogliere, ancora una volta, la parola dello Spirito Santo, che gli suggerì di essere lì in quel momento.

Lo stesso vale per Anna, questa donna che ugualmente ha vissuto nella gioia del matrimonio e poi nella vedovanza il desiderio di incontrarLo, pregando, servendo, dedicando tutti i giorni della sua vita.

I due vegliardi ci dicono come il tocco di Dio può rimanere il filo portante di tutta la nostra esistenza per un incontro così ricco, come fu per entrambi quello col Bambino.

Lo fu per Simeone, lo fu per la profetessa Anna, che “sopraggiunta il quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme” (Lc 2, 38).

E’ bastato un attimo, uno sguardo perché la sua vita, così umile e così provata dalle difficoltà, si riempisse di gioia e di lode e fosse capace di comunicarla a tutti.

La Parola di Dio, questo quadro di Giotto, la nostra fede, la nostra vita di fronte a queste cose!

Il mio augurio e la nostra preghiera siano quelli che il Signore ci ha suggerito: il seguirlo, l’essere cristiani in una vocazione o nell’altra – ed oggi in modo particolare nella vocazione alla dedizione piena a Lui come è la vita consacrata – siano ravvivate stasera. Che questo incontro riaccenda il nostro cuore, facendoci uscire dalle stanchezze, talvolta dalle delusioni, dall’abbattimento che fanno parte della vita di tutti.

Tenere fisso lo sguardo, come il vecchio Simeone, in modo che lo sguardo di Gesù ci faccia percepire la ricchezza che Lui è e noi impariamo a contemplarlo – come abbiamo sentito nell’introduzione – come il Verbo fatto carne, che viene portato nel tempio.

E’ la verità con cui Dio ci viene incontro una volta per sempre e ogni volta che ci mettiamo dinanzi a Lui.

Che questo ci sostenga, ci arricchisca e ci confermi nella nostra vocazione.

Sia lodato Gesù Cristo!

+Rodolfo