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Giubileo del lavoro: l’omelia del Vescovo

Giubileo del lavoro: l’omelia del Vescovo

Benvenuti a tutti in Cattedrale, in questo giorno che unisce molti motivi di festa.
Per tutta la diocesi, per la Cattedrale oggi è la festa della Madonna delle Grazie a cui tutta la comunità si è preparata con la novena.
Oggi per tutta la Chiesa è domenica, giorno del Signore, con la festa di san Giuseppe lavoratore e, quindi, anche con la festa dei lavoratori. Motivi che ci fanno sentire il senso di partecipazione di Dio alla nostra vita: questa è la festa! Questa è la radice della festa, sempre, anche quando nella nostra vita ci sono ombre, ci sono fatiche, ci sono difficoltà. Ciò che fa rallegrare il cuore delle persone è il non sentirsi soli, ma sotto la vicinanza, la partecipazione di Dio alla nostra vita. Pensiamolo nell’esistenza di Maria, in quella di Giuseppe; pensiamolo, attraverso la Parola di Dio ascoltata, anche nella nostra esistenza personale.
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Dal brano del Vangelo di Giovanni vorrei prendere due spunti per vivere la ricchezza di questo momento, che si rafforza attraverso il Giubileo. Forse ognuno di noi ha dei pesi nel cuore: facciamoli permeare dal senso della festa che ci deriva dalla nostra fede in Dio, dal nostro appoggiarci a Lui.
Il primo messaggio che viene dal brano del Vangelo è la promessa di poter essere nella nostra vita, così come ognuno di noi è, dimora di Dio. Abitati da Dio: come nell’immagine della donna che porta in grembo il suo bambino, così per coloro che lo amano e osservano la sua Parola Gesù promette:
“il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23)
E’ un’immagine, ma pensiamo alla nostra vita così: dimora, abitazione di Dio, come scelta su di noi e come desiderio di Dio di essere in familiarità profonda con noi in tutti i momenti della vita, non solo quando siamo in Chiesa o quando ci accostiamo alla Comune, ma sempre, per coloro che lo amano e osservano la Sua Parola.
Un amore che c’è in noi, magari talvolta frammentato o ferito, ma proprio perché abbiamo conosciuto l’amore con cui Dio ci ama attraverso Gesù, vorremmo riamarlo e ci impegniamo a tradurlo nella pratica della nostra vita, ognuno con le sue responsabilità.
Ecco, se c’è questo tentativo, questo cammino, questo impegno, il Padre, Gesù e lo Spirito Santo abitano in noi, come l’amore di una persona abita in noi e ci rafforza e ci fa vivere.
Questo è il primo messaggio che arriva dalla Parola di Dio di oggi.
Santa Chiara d’Assisi, che viveva intensamente questa dimensione, scriveva:
“L’anima dell’uomo fedele, che è la più degna di tutte le creature, è resa dalla grazia di Dio più grande del cielo. Mentre, infatti, i cieli con tutte le altre cose create non possono contenere il Creatore, l’anima fedele invece, ed essa sola, è sua dimora e soggiorno, e ciò soltanto a motivo della carità, di cui gli empi sono privi. È la stessa Verità che lo afferma: Colui che mi ama, sarà amato dal Padre mio, e io pure lo amerò; e noi verremo a lui e porremo in lui la nostra dimora”.
(Fonti Francescane, terza lettera ad Agnese di Praga)
L’infinità di Dio che abita in noi, vive in noi!
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Il secondo messaggio che arriva oggi dal Vangelo è la rassicurazione di Gesù ai suoi:
“Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi”. (Gv 14,27)
La pace nella Parola di Dio non è solo assenza di difficoltà o di guerre, ma ha il senso della pienezza, che riempie e trabocca, così che le persone che hanno questa pace hanno pure la capacità di portarla, di farla traboccare. Tanto che Gesù in un altro passo del Vangelo dice: “Beati i costruttori di pace”, coloro che hanno incontrato Dio ed hanno sentito la loro vita pacificata e resa piena da questo incontro, perché “saranno chiamati figli di Dio”.
La parola pace che oggi ci arriva dal Signore ci offre, allora, il senso della sicurezza, della vicinanza, del sostegno, ma oltre che un incoraggiamento è anche un impegno per tutti noi a dare questa pienezza alla nostra vita, o per lasciarci dare questa pienezza che talvolta andiamo a ricercare altrove. E’ un impegno a farla colmare dalla volontà di Dio di venire a noi e dalla volontà nostra di aprirgli la porta attraverso la sequela dell’esempio di Gesù, del suo modo di vivere da uomo, coi suoi valori, le sue parole, la sua dedizione, la sua generosità.
E’ così che Lui da la pace ed è così che ci insegna a costruire il bene!
“Non come la da il mondo…” In questa frase del Vangelo c’è forse una grande critica, in quel momento, alla storia in cui erano inseriti i cristiani: tutto il Mediterraneo era sotto una grande pace, la Pax Romana, imposta dal potere, dall’occupazione, dalle armi… Non è questa la pace! Questa è una pace che uccide, che domina, che non fa vivere. Gesù ci dà un altro tipo di pace e la dà con un altro stile: il valore dell’altro, per cui la mia vita non è per me, ma perché io la dia affinché gli altri abbiano vita e l’abbiano in abbondanza.
Questa è la pace che Gesù viene a darci in pienezza, a riempire il nostro cuore perché godendone e sapendo che questa è l’opera di Dio in noi e che di questo Egli ci chiede di essere strumenti, diventi il servizio da rendere al mondo, oggi.
E’ un augurio: la Parola di Dio è sempre un annuncio, che risveglia in noi questo bisogno, ma è anche questa realtà già presente. E vuol essere un incoraggiamento a tutti, perché ce n’è bisogno.
Vorrei, per questo, dire grazie a ciascuno di voi per come vivete la fede e l’impegno nel vostro lavoro invitandovi anche – proprio perché i problemi sono tanti – a viverli più intensamente, con questa radice.
Dopo queste parole Gesù dice:
“Il Padre vi manderò lo Spirito Santo, che vi insegnerà ogni cosa”.
Voleva dire che l’amore di Dio li avrebbe aiutati a cogliere nuovi modi per poter vivere quello stesso valore di Dio, che è in mezzo alla storia e che dà valore e dignità ad ogni realtà umana. Dio ci dà questa pace e questa pienezza, il mondo continua ad averne bisogno ed è affidato a noi questo messaggio. Lo Spirito Santo è vivo è può darci questa forza e ce la dà nella misura in cui ognuno di noi – riferendosi a Gesù, alla sua umanità, alle proposte che Lui fa a ogni uomo – pensa, cerca di vivere così e cerca anche di individuare, in queste situazioni nuove che viviamo oggi (spirituali, sociali, economiche, umane, politiche) come far diventare viva la presenza di Dio, creando nuovi stili di vita, nuove relazioni.
E’ il messaggio che arriva dalla Parola di Dio e che i Vescovi hanno inviato per la Giornata di oggi attraverso la commissione nazionale per la pastorale sociale e del lavoro.
E’ un augurio, è un grazie ed è anche una implorazione, perché in tutto il mondo ed anche qui nella nostra realtà c’è bisogno di persone, che insieme, ma anche con grande dedizione personale, pensino a nuove scelte, a nuove strade, specialmente nel mondo del lavoro, nel crearlo, nel ripensarlo e pensarlo per chi non ce l’ha, per le nuove realtà che stanno arrivando e che accogliamo, ma per le quali poi dobbiamo, tutti, con umiltà, fiducia e creatività, pensare a scelte nuove.
Oggi questo messaggio – come ho detto all’inizio – coincide con la festa della Madonna delle Grazie, Maria, con la sua vita semplice di donna che ha lavorato, che ha mandato avanti una famiglia. Davvero in Lei vediamo il modo in cui Dio abita chi lo ama. Non le fece fare una vita facile, ma la sua esistenza in ogni momento fu sempre ricca, sicura di questa presenza e la rese forte, fino ad affrontare perfino il calvario.
Maria stava: è la sicurezza della fede, che ci permette di non essere ripiegati su noi stessi, stanchi e sfiduciati, ma capaci di stare dentro le situazioni.
E poi il Giubileo, che oggi voi in modo particolare come lavoratori celebrate. Papa Francesco ha voluto questo anno straordinario quasi perché ci riaccorgessimo del gran bene che Dio mette dinanzi a noi nel volto umano di Gesù, in quella umanità che Egli ci manifesta dicendoci la misericordia del Padre, ma dicendoci anche come essa può diventare modo di vivere relazioni di pace, di riconciliazione, di perdono, di costruzione di novità.
Questo è il Giubileo che ci è proposto.
Dio ci vede così: figli nel suo Figlio Gesù, e vuole – anche attraverso il perdono, che è la capacità di farci ricominciare sempre – darci la grazia di non farci mai schiacciare, nemmeno dai nostri peccati, nemmeno dalle nostre sconfitte; sapere sempre allargare lo sguardo e incontrare in Lui quello sguardo di Padre che vede in ognuno di noi la nostra dignità e ci dà, abitando in noi, la forza di individuare, di scegliere, di portare avanti.
Il Giubileo – lo sapete bene – nasce in un contesto molto diverso dal nostro, molto semplice, una società agricola di un piccolo popolo, ma esprimeva un bisogno, che poi si è strutturato ogni 50 anni: chiunque, qualsiasi disastro avesse attraversato, poteva ritornare in possesso della sua terra. Come a dire che nell’umanità, sottoposta sempre a difficoltà, ci deve essere qualcosa che permetta a tutti di poter ricominciare, di ritrovare la propria dignità, di poter sostenere la propria famiglia tornando alla terra dei padri – come era allora -, lavorandola, ricavandone frutti.
Oggi il mondo è certamente molto diverso e molto più complesso, ma questo bisogno di dignità è un valore che rimane.
Così ci guarda Dio: con questa dignità, con questo valore di figli, con questa dimensione di fratelli tra noi e tutto questo impegna noi cristiani, in modo particolare, insieme a tutti, a vivere e condividere questa visione e a trarne frutti pensando in modo particolare alle problematiche del lavoro.
Chi, dunque, tra voi ha la sensibilità, la creatività e la preparazione, si dia da fare: non solo come impegno umano e civile, ma sentendolo come vocazione, dono di Dio.
Il Papa, celebrando il ventennale del Progetto Policoro, ha parlato di vocazione al lavoro e della missione che spetta in modo particolare ai credenti.
Nel messaggio dei Vescovi per la Giornata del lavoro ci sono queste parole, che vi consegno:
“Ecco la responsabilità che tutti ci troviamo a condividere: la responsabilità di evitare il rischio dell’indifferenza”.
Quante volte Papa Francesco parla dell’indifferenza come grande malattia di questo tempo, che non è solo cattiva volontà, ma è frutto anche della fatica del momento che stiamo vivendo.
Il messaggio continua indicando anche la responsabilità “di fermarsi e tendere la mano a chi è rimasto indietro (Papa Francesco ci mette in guardia dal rischio di non sapersi fermare ricordandoci che ciò produce “gli scarti” dell’umanità sofferente). Intimoriti e atterriti da un mondo che non offre certezze, scivoliamo nel disinteresse per il destino dei nostri fratelli e, così facendo, perdiamo la nostra umanità”.
L’indifferenza non ci salva, anzi ci fa perdere la dimensione che Dio ha messo nel nostro cuore e ci fa diventare “individui che esistono senza trascendenza e senza legami sociali”.
Allora la ricerca della giusta misura è la missione che è consegnata dal Papa a noi cristiani, specialmente a coloro che si occupano del mondo del lavoro. E’ una consegna, è un impegno, ma mettendoci davanti a Dio si trovano consolazione, incoraggiamento e la fiducia che Egli ha verso ognuno di noi.
L’augurio e la preghiera perché questo oggi – con l’esempio di san Giuseppe, col senso del Giubileo e col senso della maternità di Maria, che ci dice come la presenza di Dio sa rendere feconda la nostra vita in modi sempre nuovi – sostenga il nostro lavoro. Oggi le difficoltà non mancano, ma abbiate la sicurezza interiore che spendendovi nel vostro lavoro vivete la vocazione e la vostra vita cristiana.
Rendiamo insieme grazie al Signore per i frutti del vostro impegno e la preghiera perchè la sicurezza della sua presenza e la sua pace, che è pienezza anche quando c’è difficoltà, siano di incoraggiamento e di sostegno a tutti.
Lo affidiamo all’intercessione di san Giuseppe.