Condividi

Omelia del Vescovo alla Messa conclusiva del pellegrinaggio giubilare diocesano a Roma

Omelia del Vescovo alla Messa conclusiva del pellegrinaggio giubilare diocesano a Roma

Il Signore riempia di pace e di misericordia il cuore di ognuno di noi.

Anche il passo evangelico di quest’oggi ci parla della misericordia, laddove il Signore ci dice: “Andate a imparare che cosa vuol dire: <Mi sericordia io voglio e non sacrifici> ” (Mt 9, 13)

Ricordate, poi, stamani la catechesi di Papa Francesco, nella quale ha ripreso dal Vangelo di Luca le parole che ha dato come lemma, come motto del Giubileo straordinario: “ Misericordiosi come il Padre ”.

Egli ci ha detto che nella nostra vita non possiamo imitare Dio che è perfetto; o meglio: c’è un’unica via per imitarlo, quella di diventare misericordiosi, imparare da Lui questo dono di noi. Perdono e dono sono state le parole che ci ha consegnato stamani e vorrei che esse fossero il senso e il brivido capace di prenderci in questa giornata, vivendola come uno dei punti culminanti dell’Anno della Misericordia.

Oggi è la festa di san Matteo apostolo e nel Vangelo ci è stata narrata la sua chiamata. Qualche giorno fa il Papa, parlando ai Vescovi eletti in questo anno, li ha invitati a ricordare il brivido che li ha presi la prima volta in cui hanno percepito la misericordia e la chiamata del Signore su di loro, ciò che ha mosso la loro vita! Possono esserci stati dei momenti di stanchezza, ma quel momento iniziale è determinante per la vita, è il momento in cui il Signore tocca il cuore, facendo assaporare quel brivido.

E’ così per tutti e il Signore rimane fedele a quel momento, che è pieno di misericordia, pieno cioè di quell’attenzione di Dio a ognuno di noi, affidando Se stesso come padre, come fratello, come Amore, al nostro cuore, perché impariamo da quello che Lui ci dona a fare altrettanto, ad essere “misericordiosi come il Padre ” (Lc 6,36).

***

Vorrei prendere due riflessioni dalla Parola di Dio ascoltata e che è in questo “clima”.

Avete sentito san Paolo, in prigione a Roma, che scrive ai cristiani di Efeso e dice loro: “Comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità sopportandovi – cioè reggendovi gli uni gli altri – nell’amore, avendo a cuore di conservare l ’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace ” (Ef 4,1-3) Paolo, in prigione, scrive ai cristiani di Efeso ricordando probabilmente le volte in cui ha parlato loro e di come nel loro cuore sia nato il desiderio di seguire il Signore, singolarmente e come comunità. E invitandoli a ricordare la chiamata e a viverla in maniera degna, a rifarsi a quel “brivido”, cioè a quel momento di commozione/conversione entrato nella loro vita. E pronuncia parole che possono essere la traduzione della misericordia: umiltà, dolcezza, magnanimità. Umiltà come Gesù, che si è messo al di sotto degli altri.

Dolcezza, che è la tenerezza del Padre, che deve trasparire ordinariamente nei nostri comportamenti, nel salutarci, nel modo di incontrarci, nel pensare gli uni agli altri.

Magnanimità, avere cioè un cuore dilatato come quello di Dio. Quanto invece il nostro cuore spesso è gretto, “piccino”, si lega a stupidaggini… Paolo ci esorta, al contrario, ad un cuore grande! Ecco, siano questi sentimenti a restare nella nostra vita anche grazie alla giornata di oggi.

***

L’altro pensiero lo prendo dal Vangelo di Matteo. Questa mattina nella sua catechesi, il Papa ha fatto il parallelo tra il Vangelo di Luca in cui il Signore dice “Siate misericordiosi come il Padre ” (Lc 6,36) e il Vangelo di Matteo, in cui si usa l’espressione: “Siate perfetti come il Padre ” (Mt 5,48). La perfezione di Dio è la misericordia e seppure noi non possiamo essere perfetti come Dio, possiamo, nella nostra vita, essere misericordiosi, dare cioè il nostro cuore, darci di cuore, vivere di cuore nelle realtà dove siamo. San Matteo, in questo brano (specialmente nella parte iniziale) racconta di sé. Quel Matteo “seduto al banco delle imposte ” (cfr Mt 9,9) è lui. E’ interessante come racconta di sé in poche parole, nelle quali è riassunto il brivido che ha preso la sua vita. Gesù si trova a Cafarnao, ha guarito il paralitico che gli è stato calato dal tetto, gli ha detto che non solo lo avrebbe guarito, ma che gli avrebbe anche rimesso i peccati (cfr Mt 9,1-8), generando stupore e sconcerto nella gente. E “ mentre andava via ” da Cafarnao (Mt 9,9) “vide un uomo ” , uno, “chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte ” (ibid). Anche in quel momento in cui sembra che Gesù avesse altro a cui pensare e che avesse un’altra direzione, Egli “vede ” quell’uomo, e quello sguardo gli dà la forza di cogliere quest’uomo e di chiamarlo con sé. In quello sguardo e in quel dirgli “Seguimi ” (Mt 9,10) c’è il brivido che mosse Matteo. “Egli si alzò e lo seguì ” (Mt 9,10): tutta la sua vita è racchiusa in questo attimo, in questo brivido. Un uomo seduto al banco delle imposte a rubare, a imporre tasse, a odiare e a farsi odiare viene “preso” da Gesù con un semplice sguardo.

A Gesù basta uno sguardo per accorgersi di lui, per farlo alzare e farlo diventare Suo discepolo, apostolo ed evangelista, colui cioè che racconta, annuncia questo incontro.

La misericordia del Signore può accadere in ogni momento anche quando sembra che siamo presi da tutt’altro, ma il Suo sguardo attento, che ci coglie nella situazione in cui siamo, anche di peccato, può spingerlo a dirci: “Seguimi ”. In ogni momento della nostra vita, anche nei più distratti Egli può dirci “Seguimi ” e in questa parola noi trovare la forza per alzarci. Ecco, vorrei dire a me, ai sacerdoti e a tutti voi: ripensiamo a quell’inizio, a quella vocazione, a quel brivido, al momento in cui Cristo, dicendo “seguimi”, ha cambiato la nostra vita, ci ha fatti alzare! Quante volte la nostra vita è seduta, affaticata, presa da tante cose che non ci fanno essere felici, non ci fanno essere quelle persone in cammino che vorremmo invece essere. Ma anche in quei momenti il Signore può passare e dirci: “Seguimi ” . Non ci sono momenti in cui il Signore non possa passarci accanto e rivolgerci le parole che ha detto a Matteo. Chiediamo a Dio la grazia di saperci alzare e metterci in cammino, così come siamo: io come vescovo ne sento il bisogno, i sacerdoti credo altrettanto e così ognuno di noi. Oggi è una di quelle giornate in cui Gesù ci ripete questo invito. Che ci sia data la grazia di farlo con tutto noi stessi. Amen!

+Rodolfo