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Omelia del Vescovo nella solennità di Tutti i Santi

Omelia del Vescovo nella solennità di Tutti i Santi

Buona festa a tutti, in questa giornata dei Santi, in cui la Chiesa celebra, festeggia, gioisce per tutta la storia delle persone buone, che hanno creduto nel Signore, hanno vissuto da giusti e godono dell’incontro con Lui. Ci uniamo a loro in questo senso di festa, credendo, appunto, in quel che diciamo nella Professione di fede, la comunione dei santi, il legame che ci unisce a loro, a coloro che abbiamo conosciuto e che sono riconosciuti santi dalla Chiesa, ma anche tutti quei santi non conosciuti: le casalinghe, i padri di famiglia, i sacerdoti, gli operai, i poveri….tutti coloro che sono nella realtà di Dio.
Stamani l’Ufficio delle Letture ci proponeva un discorso di uno di questi grandi santi, nel quale ci viene suggerito qualcosa di importante e significativo a proposito della festa di oggi. E’ un discorso di san Bernardo, il grande abate di Chiaravalle.
“La memoria dei santi suscita e stimola in noi il desiderio di godere della loro tanto dolce compagnia e di meritare di essere concittadini e familiari degli spiriti beati”. (cfr. Dai “Discorsi” di san Bernardo abate; disc. 2 Opera omnia). E’ un modo diverso di esprimere ciò che noi diciamo “la comunione dei santi”.
E poi aggiunge un secondo desiderio da questa festa:
“Che Cristo nostra vita si mostri anche a noi come a loro e noi pure facciamo con lui la nostra apparizione nella gloria”. E’ chiedere al Signore che, attraverso questa festa, noi possiamo vederLo meglio con gli occhi della fede, ma anche appariamo con Lui nella gloria, partecipiamo già a ciò che il Signore ha realizzato.
San Bernardo esorta poi:
“Nutriamo liberamente questa brama” di santità, diamo respiro a questo desiderio profondo. E aggiunge: “Ne abbiamo diritto”. Il desiderio di santità è, sì, un nostro bisogno, ma è anche un nostro diritto.
“Ma perché la speranza della felicità, così incomparabile, abbia a diventare realtà”, non sia cioè un pio desiderio, “ci è necessario il soccorso dei santi. Sollecitiamolo premurosamente”, quasi a scuoterli, “così per loro intercessione arriveremo là, dove da soli non potremo mai pensare di giungere”.
Ecco, fratelli, questo desiderio di poter anche noi godere della compagnia dei santi; di godere dello sguardo a tu per tu con il Signore Gesù, ma anche di averne aiuto dal loro esempio, dalla loro preghiera e dall’essere noi in comunione con loro.
Questa festa, allora, oggi ci dia uno sguardo pieno di gioia e di bellezza. Ieri, sfogliando alcune immagini che rappresentano la gloria dei santi, mi è capitato di imbattermi in un quadro bellissimo in cui al centro c’è la figura di Gesù e attorno, a cerchi concentrici, tanti volti con la loro aureola, quasi come a riempire l’universo di santità. Abbiamo questo sguardo bello, alto verso ciò che ci attende, ma anche verso ciò che è già in noi – siamo in comunione con loro – e che nasce, come ci dice san Bernardo, da una brama profonda, dal bisogno di santità, che potremmo chiamare anche di gioia, di felicità, di realizzazione piena, di contentezza! Ne abbiamo sempre bisogno e credo che in questi tempi, non facili per nessuno, mentre c’è tanto dolore intorno a noi (pensiamo al terremoto, alle guerre), dobbiamo saper custodire gelosamente questa perla preziosa. Non per evadere dalla realtà, ma per riuscire ad avere uno sguardo che non si stacca mai dal profondo rapporto con Dio e da quel bene immenso che c’è nel mondo, fatto da tanti uomini e donne, da tanti santi, e da quel bene immenso che c’è nella storia. Talvolta la storia leggiamo o la si fa solo attraverso eventi grandiosi e di male, mentre dentro la storia ci sono tante storie di bene, di santità, di amore, di giustizia, di impegno.
L’abbiamo sentito proprio nella prima lettura tratta dall’Apocalisse: quei 144mila segnati col sigillo (cfr Ap 7,4), un numero simbolico, dietro di loro infatti l’apostolo dice che c’è una “moltitudine immensa” (cfr Ap 7,9). E’ la moltitudine immensa dei buoni. E guardando a loro ci viene il sostegno e la speranza per camminare nel tempo, nei nostri doveri, nella nostra fede, nei nostri impegni con questa fiducia.
La Parola di Dio ce lo ha detto nella Prima lettura, ma ce lo ha ripetuto anche Giovanni nella Seconda lettura, quando, pensando proprio a quello che è accaduto nei santi, scrive:
“Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio? E lo siamo realmente!” (1Gv 3,1)
Ecco cos’è la santità: questo amore che ci è dato e che ci rende capaci di essere chiamati figli del Padre.
Ma Giovanni, per non cadere in nominalismi, sottolinea: “E lo siamo realmente”. E’ questa la realtà nella quale il Signore ci ha posto col Suo amore, con la Sua vita data per noi.
Oggi anche il brano evangelico delle Beatitudini ci aiuta a guardare a tutto questo attraverso una parola: Beati, che vuol dire: felici, fortunati, colmi. E’ il Vangelo di Matteo che lo racconta in modo particolare, un po’ diverso dal Vangelo di Luca, presentando Gesù che sale sulla montagna e che inizia a parlare ai suoi, dicendo: “Beati voi, poveri di spirito” (Mt 5,3)
Per Matteo Gesù è un nuovo Mosè e, come Mosè era salito sul monte e aveva portato la sicurezza della liberazione del popolo e l’alleanza che rendeva sicura la salvezza, dando al popolo la possibilità di essere santo, scelto, appartenente a Dio, così per Gesù questa appartenenza a Dio diventa una espressione: Beati voi. Una parola di felicità che è già ora: “Vostro è il regno dei cieli” (ibid). Egli la rivolge ai suoi discepoli, a queste persone umili, che avevano lasciato tutto per seguirLo capendo che Lui solo era la ricchezza che li rendeva felici. Stando con Lui, con questo “regno dei cieli” che è già in loro, apprendevano le altre parole a cui Gesù applica l’espressione “Beati”.
“Beati coloro che piangono, perché saranno consolati” (Mt 5,4), beati cioè coloro che stanno attraversando momenti difficili, come anche lo stesso Gesù, ma che con Lui stanno imparando ad essere miti, misericordiosi, operatori di pace, puri di cuore, a non avere cioè altro che l’a-tu-per-tu col Padre. “Felici voi!”, dice Gesù.
Ecco la santità: questo a-tu-per-tu che stavano provando quegli apostoli, che in Lui percepivano la comunione di una vita nuova, che li muoveva da tutto. E specialmente la possibilità di essere in relazione con Lui e col Padre. Questo è il regno dei cieli! Felici perché il regno dei cieli è già nostro. Questo non significa che la vita diventa facile: c’è il pianto, c’è da imparare ad essere miti, c’è da imparare ad essere misericordiosi, ma l’incontro col Signore rende sicuro anche il futuro: “saranno consolati”; “riceveranno misericordia”; “saranno chiamati figli di Dio”; “vedranno Dio”.
La santità/felicità che il Signore ci riserva non è, allora, solo per il presente, ma diventa sguardo sul futuro. Fino al punto che il presente, che per noi è cercare di essere cristiani, può diventare anche occasione di persecuzione: pensiamo alla storia, ma anche a certi momenti della nostra vita. Ma anche in quelle circostanze Gesù ci dice:
“Beati voi, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli” (Mt 5,11-12). Già ora, grande è la ricompensa.
Ecco, la festa dei santi ci mette di fronte agli uomini e alle donne che, in tante forme – da quelle più semplici di una vita cristiana nella propria famiglia a quella dei grandi santi che hanno reso la storia bella e feconda di bene – ci mostrano la bellezza che è già dentro di noi! La bellezza non è per evadere, non è per il “dopo”, ma per attraversare il tempo che viviamo, per affrontare i doveri, gli impegni e le difficoltà con le parole che Gesù ci dona come canali per la santità e per la felicità: la mitezza, la misericordia, il dono della propria vita, la limpidezza del cuore, l’impegno per il bene e per la pace. E’, quest’ultima, la beatitudine alla quale Gesù applica: “Saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5,9). E Giovanni, nella sua Lettera, lo ripete:
“Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio? E lo siamo realmente!”
Questa sottolineatura di Giovanni sostenga il nostro cuore: ci dia quella bellezza, quella felicità seria e profonda, che è sicurezza di essere nella realtà di Dio, che ci permette di affrontare ogni altra realtà con quella gioia, che dà la santità.
Un grande scrittore francese, al termine di un suo romanzo, scrive: “Non ci rimane che la nostalgia di Dio”, perché non siamo ancora pieni di fede, non ci fidiamo poi tanto… L’esempio dei santi e la festa che celebriamo suscitino in noi questa sicurezza e questa gioia e anche un po’ di nostalgia, perché lo possiamo diventare di più, giorno dopo giorno, con l’aiuto di Dio.
Sia lodato Gesù Cristo!
+Rodolfo