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Omelia del vescovo Rodolfo nella I domenica di Avvento: “Procediamo verso Colui che è l’incontro pieno della nostra vita”

Omelia del vescovo Rodolfo nella I domenica di Avvento: “Procediamo verso Colui che è l’incontro pieno della nostra vita”

Cerchiamo di avere nel cuore un senso di gratitudine verso la vita e verso il Signore, che ci dà la grazia di iniziare questo tempo bello dell’Avvento.
Iniziare è sempre un dono ed è un bisogno della nostra vita avere qualcosa che inizia, qualcosa che diventa più vivo, più nuovo. Abbiamo sempre necessità che la nostra esistenza sia migliore, in tanti aspetti. E’ un bisogno personale e quindi il tempo di Avvento, che ha questa caratteristica, è una grazia che abbiamo tutti personalmente.
La Parola di Dio ci invita a pensare questo anche in misure molto più grandi: non solo a quello che ciascuno di noi sente come bisogno di bene, di miglioramento, di intensità maggiore, ma – lo abbiamo sentito nella Prima lettura dal Libro di Isaia – anche come speranza per la vita di fede del popolo, per cui il tempio, che era stato sottoposto anche a saccheggi, possa essere di nuovo il punto di riferimento: Dio come giudice delle genti, nel senso che i popoli camminano verso il monte del Signore.

E’ la grande speranza di Isaia:
“Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance ne faranno falci (…), non impareranno più l’arte della guerra” (Is 2,4)
Quanto queste aspettative sono ancora lontane nel mondo, ma quanto questo desiderio lo anima. Il tempo dell’Avvento e la nostra fede ci dicono che dietro questo desiderio dell’umanità c’è tutta la volontà di Dio.
L’Avvento, quindi, è un tempo prezioso, che dobbiamo però conquistare, fare nostro: non viene dall’esterno! Dobbiamo avere momenti in cui questo tempo prezioso lo facciamo diventare nostro.
Ci aiutano piccoli segni: quello che avete visto fare prima della proclamazione della Parola di Dio, accendere una candela, sapendo che piano piano queste candele cresceranno, aumenteranno. E’ il senso del piccolo che può crescere e quindi ci dà fiducia, perché non ci prepariamo ad una speranza vana, ma ci prepariamo a Colui che è già con noi; ci prepariamo a Colui che ha già portato tutta la luce!
Questo tempo di Grazia, quindi, è perché ciò che abbiamo già diventi più nostro. Pertanto non solo abbiamo bisogno della celebrazione eucaristica, ma anche di trovare momenti personali in cui ci facciamo come immergere nel clima tipico dell’Avvento. Se è una grazia, se ha queste ricchezze, avete sentito cosa ci suggeriva il ritornello del Salmo responsoriale?
“Andiamo con gioia incontro al Signore!” (Sal 121) La gioia profonda di sapere queste cose, di essere consapevoli che sono importanti per la nostra vita. Siccome, però, abbiamo anche tante fatiche, tante stanchezze, tante distrazioni, la liturgia ci chiede anche di chiedere questa ricchezza.
Abbiamo pregato all’inizio:
“Suscita in noi, o Dio, la volontà di andare incontro con le buone opere – andare incontro con tutto ciò di cui è fatta la nostra vita – al tuo Cristo che viene – noi andiamo incontro e Lui viene – perché ci chiami, nella gloria, a possedere il regno dei cieli”.
Questo incontro, quante volte – dieci, venti, per me settanta, per altri anche molte di più – ci è stata data occasione di rinnovare e oggi ci è dato di nuovo!
E’ bello, allora, pensare a questo tempo di Avvento come a un’occasione nuova che Dio ci dà.
Chiediamolo questo: non è un’abitudine, non è una data che è nel calendario. Certo, è anche nel calendario, ma vuole diventare nostro, perché Dio non si arrende a venirci incontro e questo tempo è perché ce ne accorgiamo.
Chiediamo, dunque, la grazia di non accontentarci di quello che siamo, in tutto: nel nostro cuore, nelle nostre azioni, in come pensiamo la vita…. E non rassegniamoci se c’è anche stanchezza, se ci sono difficoltà. Mettiamoci davvero in questa direzione: verso un incontro, verso Colui che è l’incontro, verso Colui che desidera essere l’incontro pieno della nostra vita, Colui che sta con noi.
E’ venuto, verrà, viene: ogni gesto, ogni azione può essere questa occasione.
Accanto ai segni liturgici e ai segni che già sono nelle nostre strade e che preparano al Natale, quello che è importante e che sarà importante nelle tappe dell’Avvento è la Parola di Dio.
Abbiamo sentito nel racconto evangelico:
“Così sarà la venuta del Figlio dell’uomo” (Mt 24,37)
La Parola di Dio cerca di farci capire come è stata e come è la venuta del Signore, l’incontro di Lui con noi. Oggi, nel brano del Vangelo, Gesù si è collegato alla storia di Noè. E’ un racconto-segno, dobbiamo coglierne le dinamiche per vedere come entra nella nostra vita. La storia di Noè indica che c’è una presenza continua di Dio nel mondo, nella vita degli uomini: la storia di Noè è l’ultimo capitolo della prima parte della Genesi, in cui si raccontano le origini del mondo. E da quando Dio ha creato il mondo fino a quando gli uomini hanno dimenticato la sua presenza, Lui continua a voler esser presente. Il fatto che tante persone vivano come se Lui fosse assente, fa stare male Dio!
Il Vangelo, citando la Genesi, sottolinea come gli uomini facevano, sì, cose belle:
“Mangiavano e bevevano” (Mt 24, 38)
Facevano cose importanti:
“Prendevano moglie e prendevano marito” (ibid.)
Tuttavia si erano dimenticati di Lui, avevano scordato la cosa più importante: che Dio aveva donato la vita e desiderava viverla con loro. Così, quando arriva il diluvio; quando arrivano le crisi – diremmo noi – , quando arrivano le difficoltà, i crolli interiori, non si accorgono di essere vissuti così e non sono pronti: vengono travolti. In questa situazione, invece, un uomo, Noè, con la sua famiglia ha mantenuto il senso del rapporto con Dio, non lo ha dimenticato. Vive continuando ad ascoltarlo, cercando, con la sua famiglia, di mettere in pratica i suoi comandamenti e anche ad ascoltare quei comandamenti nuovi come quello di costruire un’arca che, forse, erano incomprensibili, al punto da rischiare di essere presi in giro. Ma il fidarsi di Dio, obbedirgli, fa sì che questo comando “strano” è ciò che salva lui, la sua famiglia e tutte le coppie di animali che entrarono nell’arca, cioè tutta la vita, tutto ciò che era il progetto di Dio sulla terra.
Questo era il racconto della Genesi, che Gesù riprende.
Che cosa ci suggerisce?
Di vivere il cammino dell’Avvento andando incontro al Signore mantenendo e ravvivando in noi quello che – anch’io lo sento in me – ogni tanto si attutisce: il senso di vivere alla presenza di Dio; sentire come ogni momento della nostra vita non siamo soli. Sì, siamo noi a gestire tante cose, abbiamo responsabilità… ma Lui è con noi, è nella nostra vita! E allora, in questo tempo di Avvento, bisogna curarla di più questa coscienza, la nostra vita di fede.
E cosa vuol dire? Ripensando a Noè, se viviamo pensando a Lui, ascoltandoLo, ascoltando la Parola, cercando di metterla in pratica con opere di carità, con la giustizia, col bene voluto, custodito e fatto, questo ci tiene pronti e ci allena ai momenti difficili, che arrivano nella vita di tutti: nelle famiglie, nelle comunità cristiane, nella stessa società, coi disastri (non solo i terremoti della terra, ma anche quelli umani) che ci colgono impreparati.
Questo modo di tenere vivo il senso della presenza di Dio, ci tiene pronti anche a momenti difficili, ma direi che ci aiuta ancora di più a non perdere mai la prontezza alla bellezza di poterLo incontrare. E’ questo modo di vivere che ci rende attenti a far sì che non viviamo distratti. E distratti vuol dire anche con l’attenzione solo ad alcune cose, anche importanti, ma staccati da Lui. Vivere tutte le situazioni con intensità, ma con dentro ad ognuna la certezza che Lui è presente: questo ci fa mantenere anche il valore di ogni realtà: dalle piccole cose quotidiane, alla nostra vocazione; dalla nostra vita di famiglia, al mio essere Vescovo, ad essere sacerdoti, sposi, padri, madri, ad impegnarsi nel lavoro.
Anche le cose più importanti, se non sono vissute con questo senso della Sua presenza, con questo Suo rapporto con noi dentro la storia, perché Dio è dentro la storia, vi si incarna, rischiano di occupare la nostra vita, ma di renderla vuota. E tutto questo può essere anche occasione di incontrarLo di nuovo con più intensità.
E’ quello che, mi pare, ci suggerisce il passo evangelico, nel quale ci sono poi altre due note. Lo avete sentito: ci saranno due uomini nel campo, uno sarà preso e l’altro lasciato; due donne a macinare alla mola, una sarà portata via e l’altra lasciata (cfr Mt 24, 40-41). E’ uno dei detti di Gesù un po’ difficili da spiegare. Probabilmente il Signore vuol provocare al fatto che ognuno deve essere pronto, senza aspettare che gli altri o il mondo lo siano, ma io, io personalmente devo crescere in questa attenzione sul senso della sua presenza e della sua attesa.
Gesù finisce con l’esempio del padrone di casa che se sapesse a che ora viene il ladro, vigilerebbe perché non rubi il tesoro che ha.
Cosa vuol dirci il Signore? Che il tesoro che noi attendiamo è già stato dato a noi. La nostra vita di rapporto con Dio, dal momento che Egli è in mezzo a noi, è il tesoro che non dobbiamo farci portare via: né dall’abitudine, anche dall’abitudine a pregare e a frequentare i sacramenti che possono non avere la vivezza di un tesoro custodito; né dalle realtà che possono crearci difficoltà.
Il tesoro, dunque, c’è già: abbiamo solo da scoprirlo e da viverlo con più intensità.
Per questo san Paolo, nella Seconda Lettura, diceva ai cristiani di Roma, da poco convertiti, che però rischiavano di abituarsi o di chiudersi:
“E’ tempo di svegliarvi dal sonno, perché adesso la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti” (Rm 13, 11)
Come a dire che il tempo che ci è dato, è dato per crescere in questa conoscenza e nell’incontro col Signore.
Dicevo all’inizio che il tempo di Avvento è una grazia per noi. Chiediamo al Signore il desiderio di volerci preparare al Natale, di volerla godere questa realtà. Ma lo sarà nella misura in cui noi vivremo un po’ come le persone di cui ci ha parlato il Vangelo o con La tensione di cui ci parla Paolo:
“E’ tempo di svegliarvi dal sonno!”
E’ tempo, cioè, di ravvivare di più la tensione della fede, il voler percepire tutto come un’occasione che il Signore ci dà: giorno per giorno, ora, domani, sempre. E’ questo che poi ci rende così attenti, così pronti a conoscere sempre di più le occasioni che il Signore ci dà.
L’Avvento ci porta al Natale, ma questo modo di guardare la vita, ci porta alla scoperta continua della presenza di Dio nella nostra vita, che è la forza di cui abbiamo bisogno.
Sia lodato Gesù Cristo!

+Rodolfo

Ecco il testo, scaricabile, dell’omelia pronunciata dal vescovo Rodolfo nella I domenica di Avvento: