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Omelia del vescovo Rodolfo – Mercoledi delle Ceneri 2018

Omelia del vescovo Rodolfo – Mercoledi delle Ceneri 2018

"La Quaresima è la bellezza dinanzi a noi verso la quale sentiamo il bisogno di essere più centrati in Colui che entra nella nostra vita: il Signore Gesù"

Omelia nella Messa delle Ceneri

Cattedrale di San Lorenzo

Mercoledi 14 febbraio 2018-Inizio di Quaresima

 

Letture: Gl 2,12-18; Sal 50; 2 Cor 5,20-6,2; Mt 6,1-6.16-18

 

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Carissimi sacerdoti,

carissimi fratelli e sorelle,

tra poco compiremo il gesto delle Ceneri: la loro benedizione e l’imposizione su ciascuno di noi. Iniziamo così la Quaresima: con un segno che ci ricorda la nostra umanità, fragile, bisognosa di vita, ma anche minata dalla malattia e dalla morte.

Il gesto di coprirsi il capo di cenere è anche un segno di bisogno di perdono, per riconoscere il nostro limite.

A questo gesto con cui iniziamo la Quaresima vorrei aggiungere alcune parole, per aiutare me e voi a sentire il senso del cominciare un cammino, che ci fa desiderare di cambiare in meglio o migliorare qualcosa di noi.

E prendo, per questo, qualche parola dal tempo liturgico che stiamo iniziando; dalla Parola di Dio ascoltata e infine dal Messaggio – breve e semplice – di papa Francesco per questa Quaresima, che vi invito a leggere. Ce ne sono copie anche in Cattedrale.

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Intanto il tempo di Quaresima: questi quaranta giorni che ci sono donati per abituarci a guardare bene a Pasqua, ad andare incontro al Signore che si carica della nostra vita, dei nostri limiti e vince il male che è in noi e perfino la morte. Andargli incontro “pulendo” i nostri occhi e il nostro cuore, perché lo vediamo davvero come Signore e Salvatore, come Colui che dà la vita per noi e farci toccare il cuore da questa certezza.

Farci toccare il cuore!

Lo abbiamo sentito nella Parola di Dio con quale intensità il Signore, per mezzo del profeta Gioele, diceva al popolo:

“Ritornate a me con tutto il cuore” (Gl 2,12).

Quanto è bella questa espressione! Quanto è bello sentire che Dio ci prega di tornare a Lui con tutto noi stessi, così come siamo!”

E Gioele aggiunge: “Laceratevi il cuore, non le vesti” (Gl 2, 13), cioè fatevi toccare nell’intimo! La Quaresima non è esteriorità, deve essere invece un cammino di vita che ci tocca il cuore.

Ce lo ha ripetuto anche san Paolo, che andando per tutto il Mediterraneo, supplica, come “ambasciatore di Cristo” (cfr 2Cor 5,20): “Lasciatevi riconciliare con Dio” (ibid), lasciate cioè che il Signore prenda la vostra vita e la renda riconciliata, bella, degna di Lui.

Infine il brano del Vangelo, in cui Gesù ci mette in guardia invitandoci a stare attenti a non farci prendere dall’esteriorità delle cose anche nella fede, nella preghiera, nell’elemosina, ma ad andare “nel segreto”. E’ la preoccupazione di Dio di non sciupare il nostro bisogno di bene, di ricompensa affidandoci alle cose o alla stima altrui, perchè è Lui che ha la sua ricompensa per noi; Lui che ci conosce nel segreto e che vuole darci la pienezza.

Sono le parole del tempo in cui ci stiamo immettendo; sono le parole della Scrittura che ci danno una prospettiva bella della Quaresima. Talvolta pensiamo ad essa come ad un tempo triste: non è questo! La Quaresima è la bellezza dinanzi a noi verso la quale sentiamo il bisogno di essere più limpidi, più trasparenti; più convertiti, più diretti; più centrati in Colui che entra nella nostra vita: il Signore Gesù.

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Per questo, desidero prendere ora alcune espressioni del messaggio quaresimale di papa Francesco, che parte da un’espressione di Gesù tratta dal Vangelo di Matteo, che descrive un po’ anche gli stati d’animo e i sentimenti che viviamo in questi tempi nel mondo e nella Chiesa:

“Per il dilagare dell’iniquità, si raffredderà l’amore di molti” (Mt 24,12)

Il vedere il male, che c’è e che c’è sempre stato; il compierlo anche come espressione della nostra debolezza, può scoraggiare, può paralizzare, può deluderci: delusi di noi stessi, delusi del mondo, delusi del bene che potrebbe essere fatto e non viene fatto; ingannati, talvolta, da promesse di bene che non si realizzano.

Tutto ciò può raffreddare l’amore, può raffreddare la carità

Probabilmente la tristezza e la pesantezza che sono in giro hanno spinto il Papa a scegliere questo versetto e a rispondere con parole nelle quali riecheggia il brano evangelico di quest’oggi: occorre imparare a non fermarsi al livello superficiale, immediato, ma riconoscere ciò che lascia dentro di noi un’impronta buona e duratura, perché viene da Dio e vale veramente per il nostro bene

Questo non stare fermi alla superficialità delle cose, anche del male che c’è nel mondo, e la voglia di trovare dentro questo nostro tempo la bellezza dell’incontro col Signore, fa domandare al Papa: cos’è che spegne in noi l’amore, che poi ci porta alla tristezza e allo scoraggiamento?

Papa Francesco è abituato a chiamare le cose col loro nome, e così risponde a questo interrogativo:

Ciò che spegne la carità è anzitutto l’avidità”, non solo per il denaro. Essa è “radice di tutti i mali” (1 Tm 6,10), perché “ad essa segue il rifiuto di Dio”. Avidi di altre cose interiori o materiali, non troviamo più “consolazione in Lui, preferendo – e qui le parole del Papa sono drammatiche, pensando a tante disperazioni che si vedono nel mondo – la nostra desolazione al conforto della sua Parola e dei Sacramenti”. E’ come se ci crogiolassimo nella tristezza!

Continua il Papa: “Tutto ciò si tramuta in violenza – la rabbia che c’è in giro – che si volge contro coloro che sono ritenuti una minaccia alle nostre “certezze” – al nostro voler star bene -: il bambino non ancora nato, l’anziano malato, l’ospite di passaggio, lo straniero, ma anche – venendo a cose più immediate – il prossimo che non corrisponde alle nostre attese”, in famiglia, nei rapporti di parentela, nella comunità ecclesiale….

La conseguenza è che si raffredda l’amore “anche nelle nostre comunità”: nell’egoismo personale, nel “pessimismo sterile”, nella tentazione di chiudersi e isolarsi in noi stessi, di impegnarsi anche in quelle continue, piccole “guerre fratricide” e rifugiandosi solo in ciò che ci distrae, che non ci fa pensare.

Il Papa ci ricorda, però, che la Quaresima è sguardo sincero, è confronto con la realtà così come è, per saper prendere davanti a Dio anche la “medicina amara della verità”. Non ci si può tappare gli occhi o il cuore, ma dobbiamo saper prendere la “medicina amara della verità”, non per intristirci o per abbatterci, ma per reagire alla tristezza e al peso del nostro peccato, guardando alla verità di Dio.

Rientra, dunque, nel segreto di te stesso, ma sappi guardare anche alla verità di Dio! “Se, infatti, a volte la carità sembra spegnersi in tanti cuori”, anche in noi, essa non si spegne mai nel cuore di Dio. “Egli ci dona sempre nuove occasioni affinché possiamo ricominciare ad amare”, e affinché possiamo rinnovare la gioia, ravvivare il nostro volto!

In questo sguardo, infine, il Papa riprende le tre caratteristiche della Quaresima e se in precedenza ha parlato della “medicina amara della verità”, sottolinea come questo tempo forte ci offre anche “il dolce rimedio della preghiera, dell’elemosina e del digiuno”.

Il “dolce rimedio della preghiera”, perché in quei momenti – ricorda il Santo Padre – “noi permettiamo al nostro cuore di scoprire –  si –  le menzogne segrete” con le quali cerchiamo di coprire anche il nostro bene, ma anche la “consolazione di Dio”, per riposarci con Lui, che conosce il segreto del nostro cuore e ha una ricompensa per noi. Si tratta di una preghiera fatta per lo più di silenzio, di meditazione della Parola, di adorazione.

Il Papa ci parla poi dell’“esercizio dell’elemosina”, che “ci libera dall’avidità e ci aiuta a scoprire che l’altro è mio fratello: ciò che ho non è mai solo mio. “Ma come vorrei – aggiunge – che anche nei nostri rapporti quotidiani, davanti a ogni fratello che ci chiede un aiuto, noi pensassimo che lì c’è un appello della divina Provvidenza: ogni elemosina – ogni atto di carità – è un’occasione per prendere parte alla Provvidenza di Dio verso i suoi figli”, collaborando così, con Lui, al Suo amore verso ognuno. E poi fa questa considerazione: “E se oggi si serve di me per aiutare un fratello, come domani non provvederà anche alle mie necessità, Lui che non si lascia vincere in generosità?”

Cercare la ricompensa in Lui “che non si lascia vincere in generosità”.

E infine il digiuno, che “toglie forza alla nostra violenza, ci disarma, e costituisce un’importante occasione di crescita”, perché il digiuno dalle cose, da ciò a cui siamo maggiormente attaccati ci fa rimettere lo sguardo sul Signore, che ci attrae e ci tira verso di Lui.

 

Egli la nostra ricompensa, la Pasqua, la novità per la nostra vita!

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           Ecco, queste parole tratte dalla liturgia, dalla Scrittura e dal messaggio del Papa ci aiutino a desiderare questo momento come l’inizio di un bene ancor più profondo, più bello, più gioioso per la nostra vita, perché poi porti frutti di rapporto con Lui, di carità verso gli altri e di capacità di sentire che la nostra vita, oggi distratta da tante cose, in realtà sa e può puntarsi di più sul Signore. E così il cammino di Quaresima – anche se impegnativo, anche se ci chiede di essere decisi su qualcosa da togliere dalla nostra vita – è però una direzione bella.

E’ il dono che stasera viviamo insieme: chiediamolo al Signore per noi stessi, ma anche per gli altri, senza giudicare, e per tutta la nostra Chiesa.

Sia lodato Gesù Cristo!

+Rodolfo