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Domenica delle Palme: il sussidio liturgico per seguire la Messa

Domenica delle Palme: il sussidio liturgico per seguire la Messa

L'ufficio liturgico aiuta a focalizzare il significato di questa celebrazione

Siamo giunti all’inizio della Settimana Santa, che si apre con la Domenica di Passione, detta più tardi (VII secolo) Domenica delle Palme.

La nostra celebrazione si compone di due momenti diversi: la benedizione delle palme, con la commemorazione dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme, e la celebrazione solenne della Passione di Cristo.

Da dove viene l’uso di benedire i rami?

Di quale pianta, palma o ulivo?

L’origine del rito viene dall’uso che la Chiesa di Gerusalemme ha osservato fin dal IV secolo. L’entrata trionfale di Gesù nella Città Santa, secondo la profezia di Zaccaria (9,9) è una delle più chiare affermazioni della sua messianicità. Così, noi imitiamo le folle festanti che accolsero Gesù come il Benedetto, Figlio di Davide, che viene nel nome del Signore. Il racconto dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme è presente in tutti e quattro i Vangeli, ma con delle varianti: Matteo e Marco raccontano che la gente sventolava rami di alberi, o fronde prese dai campi, Luca non ne fa menzione mentre solo Giovanni parla di palme (Mt 21,1-9; Mc 11,1-10; Lc 19,30-38; Gv 12,12-16). Proprio questa differenza dei quattro Vangeli ha favorito l’uso delle piante più diffuse e facili da raccogliere in ogni zona. Per di più l’ulivo, che in Italia si è sempre usato insieme ai rami di palma, viene caricato, nella Sacra Scrittura, di molti significati allegorici.
Sull’utilizzo dei rami di palma dobbiamo riferirci ad un uso ebraico della festa di Sukkoth, la festa delle capanne (Lv 23,39-43). Il nome di Sukkoth (capanne) le deriva da quello del primo accampamento sorto dopo questi che gli ebrei ebbero lasciato l’Egitto. Nel tempo trascorso nel deserto, essi avevano goduto, come unica protezione in cui confidare, solo della Šekhinah, la presenza divina, disponendo esclusivamente, come tetto, di una fragile capanna. La festa ricorda quindi ai figli d’Israele il tempo in cui, non avendo dimora stabile, la loro sopravvivenza era dipesa solo dall’Onnipotente; Due sono gli elementi che caratterizzano tale ricorrenza: la sukkah (capanna) e il lulàv. Gli ebrei per sette giorni vivevano in una capanna, costruita di fronte alle loro abitazioni. Il lulav invece è un intreccio di rami di quattro specie: un ramo di palma, cioè il lulàv propriamente detto, tre rami di mirto, due di salice, e un cedro.

Accogliere Gesù al suo ingresso in Gerusalemme, sventolando il lulav¸ richiamando la fesa delle capanne, significava riconoscere il Maestro di Nazareth come la presenza piena e definitiva di Dio in mezzo al suo popolo. Era veramente così: quando alcuni farisei, scandalizzati di questo, chiesero al Signore di far tacere i suoi festanti discepoli, il Gesù rispose: «Io vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre» (Lc 19,40).

Ufficio liturgico diocesano

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