Condividi

Concordia, decennale della tragedia: l’omelia del vescovo Giovanni

Concordia, decennale della tragedia: l’omelia del vescovo Giovanni

Il vescovo Giovanni ha presieduto, il 13 gennaio 2022, nella chiesa dei Santi Lorenzo e Mamiliano a Giglio Porto, la Messa solenne di suffragio per le vittime e che ha aperto la giornata di commemorazione della tragedia della Concordia, nel decimo anniversario del naufragio nel quale persero la vita 32 persone.

Alla celebrazione erano presenti numerose autorità, fra cui il Prefetto di Grosseto, il Presidente della Regione Toscana, il Questore di Grosseto, il sindaco di Isola del Giglio e le più alte autorità militari del territorio. Hanno concelebrato il parroco don Lido Lodolini, l’allora parroco don Lorenzo Pasquotti ed il sacerdote di origini gigliesi don Carlo Brizzi.

Mons. Vescovo ha pronunciato la seguente omelia:

§§§

“ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato”. (Rm 5,3)

Autorità civili e militari,

giunga prima di tutto a ciascuno di voi l’augurio francescano di Pace e Bene.

Ci troviamo, infatti, riuniti attorno all’altare per invocare la pace da Dio, che è sovrabbondanza di consolazione, e il Bene che è Lui stesso. Bene per noi, per il nostro cuore, talvolta appesantito da dolori e fragilità di ogni genere; Bene per la vita che scorre attorno a noi; Pace e Bene per le anime dei fratelli che dieci anni fa persero la vita in questo mare, in quel tragico e doloroso evento che commemoriamo.

Carissimi fratelli e sorelle,

Fare memoria di questi nostri fratelli e di quell’evento e farlo qui, in chiesa, celebrando l’Eucaristia, non è un’appendice, né un compito da dover assolvere. No, al centro di questo momento c’è Cristo Signore, crocifisso, morto e risorto, che ha vinto la morte, ogni morte e che ci ha fatti per una vita che non abbia fine.

Abbiamo ascoltato un brano della Lettera ai Romani.

Paolo ci insegna in che modo una persona di fede può affrontare le tribolazioni.

Quali? Quelle che la vita ci chiama a guardare in faccia, quelle che la vita non ci risparmia e sotto le quali non dobbiamo né vogliamo rimanere schiacciati, perché forti della vita in Gesù, il quale è venuto perché avessimo la vita in abbondanza. Nostro compito è esercitare la fortezza. Noi condividiamo questo cammino di ricerca con tutti gli uomini di buona volontà.

Il Vangelo, che ci insegna ad avere fiducia in Gesù, ci insegna anche cos’è la fiducia evangelica.

Dobbiamo ben distinguere la speranza dal desiderio (andrà tutto bene…), dalla probabilità, da un augurio… atteggiamenti psicologici degni di rispetto, ma ancora lontani dalla speranza radicata nella fede in Cristo Signore.

C’è un altro equivoco ancor più insidioso: quello che ci porta a confondere la speranza con l’illusione. Un fraintendimento che accompagna da sempre la storia dell’uomo. Pescando nei ricordi liceali, mi vengono in mente le parole che Eschilo mette sulla bocca di Prometeo, quando dice:

“Ho liberato gli uomini dalla ossessione del Destino”.

E il coro chiede:

“E quale rimedio hai dunque scoperto contro questo male?”

Prometeo risponde:

“Ho posto dentro di loro le cieche speranze”.

A sua volta il poeta Ovidio parla della speranza come dea ingannevole.

E d’altra parte è la critica che una certa cultura ha sempre rivolto ai cristiani, quella di confidare in una speranza che funga da anestetico per sopportare la vita, per difendersi dai fallimenti, dai dolori e in definitiva dalla morte.

Cos’è allora, potreste chiedermi, la speranza cristiana? In che cosa speriamo?

Cari fratelli e sorelle, non in cosa, ma IN CHI! La nostra speranza ha un volto e un nome: Gesù. La sua storia e la sua parola sono il fondamento della nostra speranza!

La speranza cristiana nasce, allora, da un fatto: Gesù si è fatto carne nel grembo di Maria; ha patito sotto Ponzio Pilato; è stato crocifisso, è morto, è stato sepolto, ma il terzo giorno è risuscitato.

Lui ha vinto. Ha vinto la morte e di nuovo – recitiamo nel Credo – tornerà nella gloria…nell’attesa della beata speranza.

Questa circostanza, allora, ci apre alla speranza cristiana.

Non cancella la tragedia, né il dolore che ne è scaturito, ma ci educa a guardare ben oltre il momento presente, per spingere in avanti il nostro cuore. “In Lui – dice sant’Agostino – tu puoi vedere la tua fatica e la tua ricompensa: la tua fatica nella passione; la tua ricompensa nella resurrezione”. Sì, perché prima di Cristo “noi sapevamo solo che l’uomo nasce e muore”, con Lui abbiamo visto che l’uomo “risorge e vive in eterno”.

Alleniamoci, dunque, fratelli a tenere viva questa speranza. Ce n’è bisogno in questa circostanza; ce n’è bisogno in questo tempo. Per allenarci non c’è che un modo: camminare dietro a Cristo per imparare da Lui pazienza e speranza. La pazienza senza speranza, infatti, è dura rassegnazione a un destino contro il quale è inutile lottare. La speranza senza pazienza, cioè senza affrontare la vita con i suoi problemi e le sue sfide, è pura illusione.

Dio ci faccia la grazia, attraverso questa Eucaristia, di saper chiedere speranza e pazienza; pazienza e speranza e di perseverare in esse. Per noi, per onorare la memoria di chi ci ha preceduti nel cammino della vita, e per il nostro cuore, affinché non sia “abitato” dallo sconforto, dalla disperazione, dalla disillusione.

Amen.

+Giovanni