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L’ intervento del vescovo Giovanni alla cerimonia di scopritura della targa di piazza Galeazzi

L’ intervento del vescovo Giovanni alla cerimonia di scopritura della targa di piazza Galeazzi

Se vi domandassero che cosa vi ha portato il nuovo Vescovo, rispondete – Il Cuore-. E se vi domandassero che cosa vi ha detto, risponderete: “che ci ama e ci amerà sempre”. Con queste parole, il 6 gennaio 1933, il vescovo Paolo Galeazzi si presentava alla Maremma nel giorno della presa di possesso della cattedra di san Lorenzo.

Sono le parole che – anche laddove non espresse verbalmente – accompagnano sempre un Vescovo nel momento in cui assume il servizio di guidare, come un pastore, la porzione di popolo che gli viene affidata.

In esse c’è il senso di un ministero che, dai tempi del vescovo Paolo, è cambiato in alcune modalità, ma non nello spirito che ne costituisce l’essenza.

Scoprendo, allora, questa targa che ricorda come questa piazza sia a lui intitolata, vogliamo richiamare tutti i Vescovi che, in questi decenni, hanno guidato la Chiesa di Grosseto, ognuno dei quali – coi carismi e con la grazia che lo stato episcopale garantisce – ha contribuito al progredire dell’evangelizzazione in terra di Maremma.

Come successore del vescovo Paolo a Grosseto, sento di poter estendere la gratitudine per la sua figura e il suo operato anche da parte di quei territori – oggi in diocesi di Pitigliano-Sovana-Orbetello – che egli governò quale amministratore apostolico. Mi riferisco a quelle terre che all’epoca rientravano nel tratto toscano dell’Abbazia delle Tre fontane (Monte Argentario, Orbetello, Isola del Giglio, Capalbio ecc…) e che ancora oggi portano i segni – a partire dalle molte chiese – dello zelo pastorale di questo vescovo.

Mons. Galeazzi era nato a San Gemini, ma si innamorò davvero della Maremma, nella quale arrivò nel gennaio 1933 e dalla quale si separò – per raggiungere l’eternità – il 10 agosto 1971. Trentotto anni di episcopato oggi sembrano quasi impossibili anche perchè con la riforma introdotta dal papa San Paolo VI, i Vescovi sono chiamati a rimettere il loro mandato nelle mani del Santo Padre al compimento dei 75 anni di età.

Eppure quei 38 lunghi anni testimoniano di un’opera solida che il vescovo Paolo ha condotto in questa terra, in una fase storica non meno complessa dell’attuale: per trent’anni lo ha fatto col vigore e l’energia del pastore indomito; per otto anni da una cattedra speciale: quella del dolore, della malattia e dell’infermità.

«Non ha mancato davvero di fedeltà al suo Dio – ebbe a dire, nell’omelia delle esequie, mons. Primo Gasbarri, inviato come amministratore apostolico nel momento in cui Galeazzi fu colpito dalla malattia e che poi gli succedette come Ordinario in questa diocesi – Non lo sentimmo mai emettere un lamento. La sua espressione ricorrente nelle prove del dolore era: Deo gratias! Come aveva imparato alla scuola di san Giuseppe Benedetto Cottolengo»

Quando nel ’33 Galeazzi arrivò a Grosseto, «questa Chiesa – ricordò ancora Gasbarri – attendeva un programma pastorale adeguato alle necessità dei tempi che, fin dall’indomani del primo dopoguerra, s’erano andati rapidamente rinnovando ed esigevano una specie di rischio coraggioso dell’arte pastorale».

Galeazzi fu il vescovo che seppe intercettare quel passaggio, segnato anche dal fenomeno migratorio, e fu «grande benefattore spirituale della nostra Maremma». Poi la tragedia della guerra, il bombardamento di Pasquetta del ‘43, gli anni della ricostruzione. E Galeazzi fu davvero un ricostruttore. Di chiese, in primo luogo.

Sotto il suo episcopato ne sorsero in ogni dove, assieme agli asili per i bambini. Dove stava per svilupparsi un insediamento urbano, il Vescovo piantava la croce per dare avvio a un cantiere. Era anche quella l’idea di una Chiesa «in uscita» – diremmo oggi – cioè desiderosa di essere là dove la gente si raccoglieva, per aiutarla a diventare e fare comunità.

A lui si deve la costruzione del Seminario in via Ferrucci, la visita pastorale che culminò nel Sinodo diocesano del 25-27 aprile 1938, nel congresso eucaristico- mariano e nell’incoronazione della Madonna delle Grazie.

Nel periodo prebellico consacrò le chiese di san Giuseppe, Roselle, Braccagni, Ribolla. Subito dopo la guerra si adoperò per la ricostruzione della Curia e di parte del Palazzo Vescovile distrutti dai bombardamenti, delle Sale capitolari, del Museo d’arte sacra; riorganizzò l’Azione Cattolica e tutte le altre istituzioni che furono essenziali per ridare vigore morale alla Diocesi. E consacrò numerose chiese: la Basilica del Sacro Cuore, Marina di Grosseto, Cottolengo, Marrucheti, Albinia, Bagno di Gavorrano, Pian d’Alma, Polverosa, Arcille, Torba, San Donato e ricostruì la chiesa di Santo Stefano a Porto Santo Stefano, completamente distrutta da un bombardamento.

Partecipò alla prima sessione del Concilio Vaticano II; compì in tutto sei visite pastorali e scrisse 44 lettere pastorali. Poi la trombosi che lo colpì il 10 maggio 1963 e che per otto anni fece di lui un «servo sofferente».

Che questa piazza, vicina alla Basilica del Sacro Cuore da lui fortemente voluta anche come sacrario e memoriale del bombardamento di Pasquetta del ’43 e dove volle essere sepolto, aiuti questa città a riconoscere continuamente anche nell’opera della Chiesa un decisivo elemento di progresso morale, civile, spirituale, sociale della Maremma.

+Giovanni