Viaggio nei centri di ascolto. Ultima tappa: SS.Crocifisso

“Chi è il povero oggi?” Questo interrogativo risuona in una stanza della parrocchia del Ss. Crocifisso, a pochi metri dalla Cittadella dello Studente. «Ora come non mai si presentano povertà esistenziali e persone divelte da divorzi e malattie, che non chiedono semplicemente il pacco viveri». «Come si risponde a questo genere di povertà?» «Con il rispetto, cercando di capirne il linguaggio. Ci si accorge che davvero quei bisogni esistenziali
sono, per loro, primari».

La parrocchia del Crocifisso copre un ampio territorio, con molta edilizia popolare. La chiesa parrocchiale sembra una grande mantella di cemento grigio, che scende da una croce metallica.
Pensate che la parrocchia sia un punto di riferimento per questa zona?, chiedo. «Sicuramente il centro di ascolto lo è, ma c’è molto da fare per avvicinarsi alla periferia, per impararne il linguaggio, per rompere gli indugi di tanti, specialmente di origini italiane, che si vergognano della propria situazione». Per la comunità il centro di ascolto è l’espressione
della cura dei poveri, ma, secondo il parroco don Roberto Nelli, non
un servizio meramente assistenziale: «Il Centro di Ascolto educa tutta una comunità, vuole portare la cura dei più fragili nelle vite di ognuno, perché nel volto dei poveri si riconosca Cristo stesso. Stando a contatto con una persona bisognosa si sente la stessa domanda che Gesù poneva a Pietro: ma tu mi vuoi bene?»

Il momento è difficile, tra i più difficili in 20 anni di attività caritativa: molti perdono il lavoro, il volume degli assistiti aumenta, e non basta portare sollievo perché le persone desiderano un’occupazione. Proprio per questo la parrocchia sta sviluppando una collaborazione con il Centro per l’Impiego, per affiancare alla distribuzione di alimenti e vestiario delle possibilità professionali. «La nostra assistenza non può che essere temporanea, bisogna trovare un modo per rendere chi si rivolge a noi operativo», spiega il parroco don Roberto Nelli. Chi sono i volontari della Caritas? Un interrogativo che ronza nella mia testa e che presento ai miei 4 interlocutori. C’è il marito, che è arrivato un po’ per caso, grazie alla moglie, volontaria. C’è la moglie, appunto, volitiva, presente dalla prima ora assieme ad un’amica: durante l’episcopato del vescovo Agostinelli, non senza incontrare molte resistenze, tirarono su il Centro. C’è chi è stato coinvolto dal parroco, dopo anni di volontariato per strada.

Sono tutte storie che iniziano anni e anni fa e a far rimanere, spiegano i volontari, è l’unicità degli incontri. La soddisfazione, introvabile altrove,
nel coltivare la dignità di chi chiede aiuto, l’incontro prezioso con il dolore e il suo valore, la convinzione che solo la Chiesa possa ricucire gli strappi profondi di certe vite e di certe strade. Le storie dei volontari si intessono
con quelle di chi arriva per chiedere una mano e costruiscono qualcosa
di nuovo, mentre si cerca di capirsi, di darsi un po’ di sollievo, di non vergognarsi. Quante storie strette e quante intercettate, oggi e, sempre
di più, domani.

(da “Toscana Oggi” del 2 maggio 2021. Servizio a cura di Giovanni Cerboni)

Viaggio nei centri d’ascolto: ottava tappa S.Lucia

L’arcipelago dei Centri di Ascolto Caritas consiste quasi di un’altra città, le cui strade sono tutti gli sguardi tra i volontari e gli utenti. Questa altra città
diviene visibile negli edifici parrocchiali che ne sono le porte di ingresso. Nel caso della Parrocchia dedicata a Santa Lucia si tratta di un edificio tutto di mattoni, come un granaio o come un polmone, che respira la città, che pare l’attraversi per come i ragazzi ronzano attorno, per accorciare la strada. I volontari spiegano che aprire il Centro di Ascolto non è stato facile: «Gli spazi sono pochi e due stanze sono condivise dalle più varie realtà parrocchiali. 15 anni fa si decise di partire, senza sapere bene come».

D’altronde, continuano, «basta aprire un vangelo per capire che la qualità fondamentale del cristiano è la carità». La missione è quella di essere un’espressione della comunità nel quartiere, un porto sicuro per chi attraversa il mare della città, per proseguire nella metafora dell’arcipelago. Ogni martedì e venerdì in una grande stanza si esercita l’ascolto, che è la parte fondante di tutta l’attività: «È ascoltare che trasforma la prassi in servizio». L’ascolto, come una bussola, porta molto lontano: non tanto nel
risultato misurabile, che è «come una goccia nell’oceano», ma in un risultato molto più prezioso: «Vedere una persona riacquisire la propria dignità, a partire da piccoli gesti».

Ogni città è fatta da occupazioni, funzioni. In questa città persone diverse convergono in un unico fare. C’è chi si occupa delle carte, stipate proprio in un armadione della stanza dove si tiene l’incontro, chi delle relazioni con gli utenti, chi coordina l’approvvigionamento di generi alimentari e tiene in considerazione cosa acquistare per integrare le disponibilità del Banco Alimentare. Non sono solo la decina di persone che si occupano direttamente della vita del Centro di Ascolto, ma anche tutte le componenti della comunità parrocchiale: i bambini del catechismo, i frati francescani e tutta la comunità. Il respiro è lo stesso, quello di San Francesco «il più povero dei poveri».

Tra i volontari ci sono dei terziari francescani: «Questo servizio è un modo per fare testimonianza e per alleviare un po’ le sofferenze dei fratelli», dicono. C’è chi si impegna in questo quartiere dopo tanti viaggi di volontariato in
Africa e dice: «È incredibile trovare qui una stessa povertà e una stessa dignità. Quando torno a casa sono triste, mi rendo conto che spesso mi
lamento per tali futilità».
Il momento è difficile: ci sono tante persone in difficoltà, la situazione di molti è peggiorata. «Non si manda indietro
nessuno e ciò è possibile grazie alla comunità, alla Diocesi, ai fondi dell’8xMille distribuiti dalla CEI e all’autotassazione. È doloroso vedere
aumentare le famiglie giovani e rendersi conto che ci sono problemi strutturali che vanno risolti con misure più ampie, istituzionali».

Pensando al domani? «La gente non è abituata a chiedere aiuto, si vergogna, vorremmo arrivare a tutta quella povertà sommersa». Quest’altra città è una città dove tutti trovano cittadinanza, forse è quella dove dovremmo trasferirci tutti.

(da “Toscana Oggi” del 4 aprile 2021. Servizio a cura di Giovanni Cerboni)

Viaggio nei centri d’ascolto Caritas: settima tappa il Cottolengo

Il Cottolengo ha le strade della città a circondarla, che lambiscono ogni suo lato e il campanile in mattoni che svetta su una rotonda, dove le macchine vorticano senza sosta.
Un gruppo di signore, tutte pensionate, mi accoglie con quella sintesi perfetta di compostezza e calore, che hanno certe nonne – solo loro, forse.
Ci sediamo in un stanza attorno ad un grande tavolo. Parte la nostra conversazione e piano piano prende forma il ritratto del Centro di Ascolto, dei suoi 13 anni di vita. È il volto che tante persone guardano, in un quartiere ampio ed eterogeneo, per trovare un po’ di aiuto materiale e
un po’ di conforto umano: persone che vivono da sole, magari nelle case assegnate dal Comune nei pressi della parrocchia, nuclei familiari, spesso con bambini piccoli; anziani. Si tratta di una platea di circa un centinaio di persone fisse e di un altro numero di utenti meno abituali. Alcuni vengono
da una vita e per le volontarie «sono amici, membri di famiglia di cui abbiamo visto i bambini crescere e la vicinanza nei momenti difficili». Altri, invece, capitano ogni tanto, magari con un po’ di diffidenza, per prendere un po’ di spesa e andar via.

La prima fase dell’accoglienza è l’ascolto, ed è inutile raccontare il cambio di passo che la situazione pandemica ha imposto ad un metodo artigianale: «Prima le cose erano più lente, c’era tempo per parlarsi», chiosa una volontaria. Il metodo è dovuto cambiare e ora le persone non si accolgono in una stanza, ma bisogna che aspettino fuori…
Eppure l’attenzione del Centro d’ascolto è ancora maggiore: la spesa a casa per chi si trova in quarantena, ma anche per chi non riesce più a uscire di casa; si pagano più di prima bollette per chi – più di prima – ha bisogno di
un sostegno economico, che superi il pacco viveri. La situazione, forse, non è mai stata così dura: per i giovani è difficile «reinventarsi» e alcune
famiglie legate agli esercizi del quartiere si trovano in difficoltà inedite. Intercettare questi bisogni sarebbe impossibile senza la Divina Provvidenza, come spiegano le volontarie e alzano gli occhi verso il cielo azzurro che filtra dalle finestre. Non si fa riferimento, però, a rocambolesche vicende di manzoniana memoria, piuttosto alla sensibilità della comunità, che risponde sempre generosamente alle richieste del Centro d’ascolto e agli aiuti stanziati dalla Cei, grazie all’8xMille.

La carità non è soltanto una espressione della comunità, ma un modo per essere comunità, il punto di fusione tra catechesi e servizio: «Io mi trovo bene in questo gruppo, è un’importante occasione di socialità», spiega
una volontaria. Il desiderio di prossimità di chi è aiutato e la voglia di comunità di chi aiuta sono molto simili, forse identici. Non affezionarsi è
impossibile, così come non rispondere alle telefonate più disparate o cercare al telefono qualche habitué che non si fa vedere da un po’. Alla miccia della fede, «che trasforma il volontariato in servizio», seguono
l’impegno e la perseveranza nei momenti difficili, tant’è che «non è affatto facile trovare il cambio», spiegano. Saluto le signore ed esco.
Attorno al campanile le macchine continuano a vorticare e non si accorgono delle storie che si intessono, artigianalmente, all’ombra di un campanile.

(da “Toscana Oggi” del 21 marzo 2021-servizio a cura di Giovanni Cerboni)

Viaggio nei centri d’ascolto: sesta tappa San Francesco

Nella parrocchia di San Francesco, nel cuore del centro storico di Grosseto, l’esperienza di Caritas ha assunto un nome tutto particolare: Fratello povero.

È così, infatti, che la comunità affidata ai Frati Minori ha denominato, ormai molti anni fa, il servizio di distribuzione del cibo per quanti bussano alla porta del convento francescano chiedendo la carità. È dai particolari che spesso si rivela il volto di una realtà. E questo particolare non è da poco. Il Poverello d’Assisi, infatti, che chiamava sorella anche la morte, ha impresso una svolta evangelica al suo tempo, tale da attraversare i secoli. Al punto che non basta più dare ai poveri, bisogna sentire che loro sono fratelli per noi. E così tutto cambia.

Partiamo da questo aspetto per raccontare l’attività del centro di ascolto parrocchiale, in questo tour ideale iniziato diverse settimane fa tra le parrocchie. A raccontare il servizio di carità nella comunità di San Francesco sono Maria Angela, Andrea, Barbara e Stefano, dando voce agli oltre 15 volontari che si alternano nei due servizi.

“L’esperienza di Fratello povero – raccontano – è nata una dodicina di anni fa con l’allora parroco fr. Stefano Giorgetti, con il quale emerse il tema di come aiutare i poveri che si rivolgevano alla parrocchia”. Quella di San Francesco è una realtà particolare. Essere nel centro storico significa, spesso, catalizzare i bisogni di senza fissa dimora o di famiglie provenienti
da Paesi stranieri e che vivono in abitazioni dentro le mura cittadine. Situazioni «di confine»: sembra un paradosso, mentre parliamo di centro storico, eppure è così. La risposta iniziale fu quella di dedicare il sabato mattina all’accoglienza di chi bussava: “Ci mettevamo in sala Friuli – raccontano i volontari – e distribuivamo cibo e qualche vestito. All’inizio venivano 2-3 persone, poi sono andate sempre più aumentando”.

Oggi la Parrocchia fa fronte ai bisogni di 60-70 famiglie.

Attraverso “Fratello povero”, il sabato mattina vengono distribuiti i viveri, mentre con lo scoppio della pandemia è stata momentaneamente sospesa la
consegna di vestiario. Il centro di ascolto, invece, è aperto due volte al mese. Le volontarie fanno colloqui individuali, cercano di capire quali sono i problemi del singolo, quali risposte poter offrire e, laddove la Parrocchia non ha gli strumenti, indirizzare. Il cibo da distribuire arriva dal Banco
Alimentare (volontari si recano periodicamente a Firenze, col furgone della parrocchia, a fare rifornimento), ma anche dalle iniziative di sensibilizzazione tra la comunità parrocchiale. “C’è una bella collaborazione delle catechiste – dicono – Sono loro a coinvolgere i ragazzi per far portare loro cibo a lunga conservazione, che raccogliamo in apposite ceste all’ingresso della chiesa e che portiamo all’altare durante le Messe del sabato sera e della domenica alle 11, nella processione offertoriale. È un’occasione importante non solo per raccogliere generi
alimentari, ma soprattutto per far crescere nei ragazzi questa sensibilità alla condivisione”.

Insomma, come si fa in famiglia, è dalla condivisione dei bisogni che vengono le risposte e la corresponsabilità di tutti. A partire dai frati, che sono i primi a frugarsi in tasca quando c’è necessità o a coprire i costi delle
bollette di chi non riesce a far fronte alle spese ordinarie. Un problema, questo, cresciuto proprio nell’ultimo anno con lo scoppio del covid. Fedeli a quel che diceva san Francesco: è dando che si riceve.

(tratto da “Toscana Oggi” del 7 marzo 2021)

Caritas, i numeri di un anno d’emergenza

L’anno della pandemia. L’anno dl lockdown. L’anno in cui la povertà ha dato “morsi” imprevisti e si è affacciata anche all’orizzonte di esistenze che mai prima ne erano state colpite. Il lavoro fermato per mesi, gli stipendi per molti mai arrivati, hanno allargato in modo esponenziale la fascia di chi, anche sul nostro territorio, si è scoperto fragile, in difficoltà, bisognoso di aiuto.

E per Caritas è stato quindi un anno di particolare impegno.
Su tanti fronti.

I centri di ascolto parrocchiali, seppur chiusi nelle settimane del «tutti a casa», hanno comunque continuato a operare anche a distanza, col supporto fondamentale di Caritas diocesana che, presso la Bottega della
solidarietà di via Pisa, ha compiuto un lavoro articolato di coordinamento e di distribuzione di servizi. In particolare cibo. In questi giorni Caritas ha stilato il bilancio del 2020, che fotografa l’eccezionalità di un anno che è già
passato alla storia.

ALLA BOTTEGA

La Bottega della solidarietà, che normalmente unge da «market» dove una
settantina di famiglie in difficoltà vanno a fare gratuitamente la spesa, ha in realtà distribuito ben 177.517 chili di generi alimentari per un valore commerciale che sfiora i 117mila euro. Le famiglie beneficiarie di una tessera spesa sono passate dalle 70 abituali alle 213 dell’anno della pandemia, pari a 571 persone (che significa altrettanti volti, nomi, storie), di
cui 124 minori. Ma durante tutta la fase del lockdown le famiglie sostenute per fronteggiare l’emergenza economica sono state molte di più: ben 564, pari a più di mille persone (259 i minori).

CENTRO D’ASCOLTO

Numeri importanti anche per il centro di ascolto diocesano di via Alfieri, che nel 2020 ha sostenuto 5754 colloqui (in presenza e on line), che hanno interessato 1780 famiglie e oltre 2mila persone.

LA MENSA

Non meno impegnativo il lavoro della mensa, che fra l’altro è divenuta itinerante, grazie all’unità di strada, che ha distribuito e continua a distribuire i pasti in due punti della città (piazzalone e piazza Barsanti) o a
domicilio. I pasti distribuiti nel 2020 superano i 15800. C’è poi il servizio legato all’igiene personale. Anche questo si è dovuto reinventare e per diverse settimane è «traslocato» al campo Zauli presso gli impianti messi a
disposizione dal Comune. Nell’ultimo anno le docce effettuate sono state 9512 con oltre 19500 indumenti distribuiti.

Numeri importanti, che testimoniano il grande sforzo compiuto dalla Chiesa diocesana, dalle singole parrocchie e da tutti i volontari in un anno davvero straordinariamente doloroso per tutti.

Viaggio nei centri d’ascolto parrocchiali: quinta tappa, la Santa Famiglia

La Caritas sta ad una parrocchia come l’acqua ad un seme. E’ quell’elemento essenziale perché la pianta cresca, metta radici, si irrobustica, ed è – esso stesso – un bene tanto prezioso che non può essere “acquistato” altrove, ma deve sgorgare dal cuore stesso della comunità. In questa immagine c’è il cammino compiuto dalla comunità parrocchiale della Santa Famiglia rispetto alla carità. Se volessimo dare un nome alla prima “acqua” che ha innaffiato il piccolo seme della carità, non possiamo che rammentare Annamaria Piozzi.

“E’ stata lei – dice il parroco, don Desiderio Gianfelici –a fare da apripista. Ha maturato una sensibilità che poi ha riversato nella sua comunità. Talvolta, invece, c’è il rischio che si cerchi fuori quell’esperienza di servizio, che invece è opportuno far attecchire nella propria comunità”. Il primo centro d’ascolto, allo stato embrionale, nacque anni fa col progetto di destinare fondi per famiglie in grave stato di difficoltà, seppure fin dal suo sorgere la parrocchia della Santa Famiglia abbia sviluppato attenzione sui temi della carità. “Da allora – aggiunge don Desiderio – la Caritas è diventata coinvolgimento della comunità nel suo insieme e delle persone singolarmente”. Il movimento che si è creato attorno alla chiesa bianca della Santa Famiglia è davvero notevole. Il centro d’ascolto è aperto due mattine a settimana – il martedi e il venerdi dalle 10 alle 12 – ma in realtà l’impegno è costante. “Siamo due volontarie fisse per l’ascolto – spiega Rosanna – Altri volontari si occupano della distribuzione del cibo e non solo. Chi viene per la prima volta riceve ciò di cui ha bisogno a livello alimentare; se torna, allora iniziamo un percorso di ascolto profondo per renderci meglio conto di quali fragilità e bisogni la persona ha e come provare a rispondere. Dove non arriviamo noi, ci appoggiamo alla Caritas diocesana oppure agli assistenti sociali. In alcuni casi sono questi ultimi che ci segnalano situazioni che ci prendiamo in carico”.

Al di là di tutto, però un centro d’ascolto parrocchiale è prima di tutto una scuola di relazioni. “Non siamo un servizio socioassistenziale – ci tengono a ricordare i volontari – ma il segno di una comunità cristiana che si china sulle ferite dell’altro. Anche noi veniamo con le nostre fatiche e qui riceviamo il senso di quella carità che Cristo ci insegna”. Da pochi mesi al gruppo si è aggiunta una nuova volontaria, Michela, cui è demandata tutta la parte – molto impegnativa – che attiene alla rendicontazione, alla burocrazia e ai rapporti con gli enti. “Possiamo dire che quello della carità è un respiro cresciuto col servizio stesso – dice il parroco – Anche la comunità lo ha sentito e risponde”. Come? Attraverso varie iniziative. Come la “terza domenica del mese”, in cui la solidarietà della parrocchia si materializza nella raccolta di aiuti. Non solo per Caritas, ma anche per le missioni e per altri progetti.

“Otto anni fa – racconta Wilma, un’altra volontaria – siamo partite con 20 famiglie accompagnate; oggi siamo ad 80, che significano più di 230 persone. Una volta al mese diamo il pacco viveri, mentre ogni due settimane collaboriamo con la Coop al Progetto Buonfine“. Ma quel che più sta a cuore, come detto, è la relazione: “L’affetto vale quanto il pacco che consegniamo”, dicono i volontari. Che si sono inventati, per questo, un’apposita iniziative: il thè di Caritas. “Ci incontriamo in parrocchia con le persone che ricevono aiuto e trascorriamo del tempo insieme. Diventa un’occasione per conoscersi di più, raccontarsi e anche favorire quello scambio di competenze da cui nascono a volte anche progetti di inserimento lavorativo”.

Viaggio nei centri d’ascolto parrocchiali: quarta tappa San Giuseppe

Parrocchia significa, volendo rispolverarne l’etimologia, “prossimo alla casa”, “che abita vicino”. Raccontare un Centro Caritas Parrocchiale è,
dunque, sempre raccontare un’esperienza di vicinanza, quasi d’intimità. I volontari della Parrocchia San Giuseppe, nel quartiere di Barbanella, un
gruppo di 7 tra laici e consacrati che si impegnano nell’attività caritatevole tre volte a settimana (martedì mattina, mercoledì pomeriggio, venerdì mattina), raccontano ciò che li motiva con un velo di bonaria riservatezza.
Ci sono i numeri: le 75 famiglie o le 220 persone assistite, a cui vanno aggiunti gli utenti saltuari. C’è la logistica: i pacchi portati a domicilio, gli
indumenti raccolti, selezionati e donati. Ci sono le attività: il banco del farmaco, i pacchi regalo per 70 bambini, la distribuzione mensile dei viveri
e quotidiana del pane, gli aiuti per le spese. Ci sono i partner: per esempio Banco Alimentare, Le Querce di Mamre Onlus, il Coeso e anche la Cei, grazie ai fondi straordinari per il Covid messi a disposizione delle Diocesi grazie
alle risorse 8xmille.

Soprattutto, però, ci sono le persone. Quelle che nel tempo si sono susseguite e passate il testimone fino ad oggi, testimonianza di un’attenzione costante, in un quartiere non sempre facile. Ad accendere il
cuore e l’impegno è l’intreccio tra la propria storia e quella della comunità: «È la mia Chiesa, vivo in questo quartiere da sempre. Oggi ho la possibilità di aiutare qualcuno a rialzarsi, è una bella sensazione». Si rimane stregati da un ambiente dove le relazioni seguono un passo diverso: «Appena iniziato, mi ha colpito tantissimo come anche senza conoscersi fosse possibile volersi molto bene. C’è molta diversità e molta sintonia e ciò mi ha
catturata», racconta una volontaria. «Però la radice, rispetto alla filantropia, è quell’Amore che è incarnato nello sguardo del bisognoso», sottolinea un’altra. «Fare questo servizio, alla fine, è un grande privilegio», chiosa una terza volontaria. La vicinanza, in un tempo in cui la solitudine sembra
farsi più acuta, lega tante famiglie, con i loro bambini, e tanti cittadini, italiani e stranieri. Come ad una fontana di paese dove si arriva per
abbeverarsi, ma anche per conoscersi, per integrarsi tra culture diverse. I
rapporti che si intessono con fiducia e rispetto, valori che si diffondono
velocemente: «Spesso – raccontano i volontari – c’è chi porta con sé, anche un amico». Il contatto umano apre un cammino nuovo per tanti, ma
sono sempre più necessarie misure strutturali di assistenza sociale, proporzionate all’emergenza economica e sociale. Nella primavera scorsa è
stato decisiva l’assistenza dello Stato, con strumenti come il «reddito di cittadinanza», e l’impegno della Cei, che ha messo a disposizione più di 200
milioni di euro, raccolti grazie all’8 x mille. L’emergenza abitativa, che al momento è contenuta dal «blocco sfratti», rischia di scoppiare appena
questa misura verrà superata. I più vulnerabili sono i nuclei familiari che si facevano quadrare i conti con prestazioni occasionali, sovente a nero.
Per i privilegiati il mondo si digitalizza in videochiamate e email, mentre per molti altri l’urgenza del pane e della casa morde come non mai. La
proposta è farsi prossimi, per quell’Amore, in queste strade.

(da “Toscana Oggi” del 7 febbraio 2021-servizio a cura di Giovanni Cerboni)

A “Dentro i nostri giorni” il progetto della futura sede Caritas

Come sarà la nuova sede di Caritas diocesana?

Quali criteri stanno alla base del progetto? Quali servizi saranno presenti?

Se ne è parlato nella puntata del 26 gennaio 2021 di “Dentro i nostri giorni”, il programma di approfondimento, a cura dell’ufficio comunicazioni sociali della Diocesi, in onda su Tv9.

Eccola:

Viaggio nei centri di ascolto parrocchiali: terza tappa l’Addolorata

La parrocchia Maria SS. Addolorata ha compiuto un lungo tragitto nella carità. Prima, con i padri gesuiti, che subito ebbero l’intuizione di mettere al centro il laicato, concentrandosi nel mettere in contatto i bisogni e le risorse della comunità. Quelle stesse persone, legate in una rete informale, hanno poi deciso che serviva darsi una struttura: nasce, così, il Centro di Ascolto.

Oggi ad animarlo ci sono 12 volontari e più di 45 famiglie, sostenute dalla comunità e da una rete articolata di attori che, in sinergia, forniscono assistenza e strumenti di sviluppo.

“Lavoriamo a stretto contatto con gli assistenti sociali, con agenzie di lavoro
interinale e alcune associazioni cittadine. Per gli alimenti, oltre al Banco Alimentare, collaboriamo con dei supermercati cittadini”
, spiegano i volontari. All’interno di questa rete sono coinvolti anche altri attori della parrocchia: la cooperativa Il Timone e la Casa della Carità. La prima con
l’obiettivo di agevolare l’inserimento nel mondo del lavoro di soggetti vulnerabili e la seconda di sopperire all’emergenza abitativa. La Casa della Carità, con il supporto di tutta la comunità, ha ospitato, dal 2013 ad oggi, 15
famiglie, per periodi più o meno lunghi. Attualmente vi risiedono 3
nuclei familiari. La cooperativa Il Timone, nata nel 2010, promuove la cultura della solidarietà e il valore educativo del lavoro. Offre opportunità
occupazionali tramite “Il Fornino”, un panificio artigianale con vari punti vendita, e il progetto “In.Si.Eme”, che produce oggettistica, bomboniere e
ceramiche.

La povertà, intesa come situazione transitoria nella vita di chi fruisce dei servizi caritatevoli, è un elemento fondamentale dell’approccio del Centro di Ascolto: “Vogliamo dare questo messaggio: dalla povertà si può uscire, ne abbiamo conferma nel grande ricambio dei nostri utenti. Non risolvendo soltanto il bisogno particolare, ma prendendosi cura della situazione globale della famiglia si ottengono miglioramenti tangibili, che superano la
semplice assistenza”.

Il Centro di Ascolto, infatti, non è un ufficio, ma vuole essere, sempre di
più, espressione di una comunità viva e attenta: “Capita che le necessità
vengano condivise alla fine della Messa, o che i giovani della parrocchia diano il loro tempo per aiutarci
“, dicono i volontari. “Vogliamo essere sempre di più una “famiglia di famiglie”, non un centro di collocamento”.

La pandemia ha aggravato la situazione di tanti, che prima riuscivano a far quadrare i conti grazie a lavori stagionali e che ora si rivolgono alla Caritas per essere sostenuti nel pagamento di affitti e bollette: “Non ci siamo mai
fermati del tutto, anche se in primavera il nostro servizio si è dovuto limitare ai pacchi alimentari. Andando nelle case, però, abbiamo potuto
intercettare anche situazioni di disagio più complesse. Un’urgenza che
ci ha tristemente sorpreso è quella del caporalato, a cui sono particolarmente esposte persone straniere”.

Passare dal semplice bisogno alla complessità di una situazione famigliare e di vita è una scelta decisiva. Rete è, forse, semplicemente una declinazione di famiglia. Un luogo di cura, ma anche di crescita: quest’ultima, però, c’è
solo a patto di superare la soglia del bisogno, di trovare il modo di aprire nuovi orizzonti, nuovi capitoli per le storie delle persone.

(da “Toscana Oggi” del 24 gennaio 2021-servizio a cura di Giovanni Cerboni)

Caritas, nuove donazioni alimentari e non

Passate le feste continua, grazie a Dio, l’attenzione verso la Caritas e il suo servizio verso coloro che in questo momento vivono in situazioni di indigenza o fragilità. La macelleria Salvestroni, che dal 1953 opera nel territorio di Roccatederighi, ha voluto fare dono alla mensa di Via Alfieri
di un importante quantitativo di salsicce. Pochi giorni fa un’azienda di Montevarchi, che ha legami con la Maremma, ha donato all’Emporio di via Pisa quattro pancali di cibo a lunga conservazione, a disposizione
delle famiglie che si recano alla Bottega a fare gratuitamente la spesa. Infine nei giorni scorsi Daniele Reali, direttore de IlGiunco.net, ha consegnato al vescovo Rodolfo e al direttore della Caritas don Enzo
Capitani, l’assegno simbolico da 2.070 euro, la somma raccolta grazie alla vendita del libro di Giacomo D’Onofrio «Sei maremmano se dici».

«Grazie all’attenzione ottenuta dal libro, edito da IlGiunco.net, – spiega Reali – e alla generosità dei maremmani, in poco più di una settimana sono andate esaurite tutte le 500 copie della prima edizione, tanto che prima di Natale il libro era già “sold out”. Per questo è stato possibile raccogliere
velocemente una cifra importante, che abbiamo provveduto a destinare, come annunciato, al progetto della nuova sede Caritas.
Ricordiamo che il libro è di nuovo disponibile nelle librerie e che quindi presto, se i maremmani ci aiuteranno, potremmo nuovamente contribuire al progetto della nuova sede con un’altra donazione».

Il progetto della nuova sede della Caritas è ancora nella fase iniziale, i
lavori dovrebbero iniziare intorno alla prossima primavera. «Con la raccolta fondi – ha detto don Enzo Capitani – siamo arrivati a 17
mila euro. Il cammino ancora lungo, ma non dobbiamo guardare al traguardo finale. Andiamo avanti con calma, passo dopo passo. Rispetto a
questa iniziativa voglio sottolineare che è il segno della fantasia della carità, perché per amare ci vuole fantasia».
Ecco dove trovare il libro: a Grosseto Edicola Porta Corsica, Librerie Paoline, Mondadori, Palomar (tutte nel centro storico); Nuova Libreria Grosseto (via dei Mille), redazione de IlGiunco.net (via Giordania).
A Castiglione della Pescaia: Edicola Fioravanti e Cartoleria Fossati. A Giuncarico: Merceria Reali.

Erogati altri 200mila euro di aiuti a poco meno di 100 famiglie grazie ai fondi straordinari 8xmille messi a disposizione dalla CEI

Dopo quella di agosto, nei giorni immediatamente precedenti le feste natalizie la Diocesi ha erogato la seconda tranche di aiuti alle famiglie in difficoltà a causa dell’emergenza sanitaria, che è diventata emergenza sociale ed economica.

Attraverso il grande lavoro fatto dalle Caritas parrocchiali, da quella diocesana e dall’ufficio diocesano economato, è stato possibile erogare circa 200mila euro di aiuti, grazie allo stanziamento straordinario, da parte della CEI, di fondi 8xmille stornati dalla nuova edilizia di culto e riversati interamente sulla carità per sostenere le Chiese diocesane nella loro opera di prossimità a tante situazioni di fragilità che il covid ha fatto emergere.

“Tra prima e seconda fase sono giunte alla Diocesi oltre 150 domande di aiuto – spiega don Paolo Gentili, vicario generale della diocesi di Grosseto – Se ad agosto abbiamo fatto fronte a 60 richieste di famiglie in emergenza, stavolta sono state quasi un centinaio. Le risorse straordinarie stanziate dalla Cei rappresentano un ulteriore intervento, che si somma a quelli già erogati nei mesi passati, per far fronte alle conseguenze sanitarie, economiche e sociali provocate dal covid-19. La Chiesa in questi mesi durissimi anche per le nostre comunità parrocchiali, non si è tirata mai indietro e lo ha fatto consapevole del proprio compito: essere la locanda dell’uomo ferito. Sappiamo che non sono interventi risolutivi, ma al contempo crediamo che ripaghino un po’ da attacchi, a volte anche violenti, riservati alla comunità cristiana. Questi aiuti, infatti, sono possibili perché c’è una comunità viva e presente, che come sentinella nella notte vigila per andare incontro ai bisogni più diversi. Ringrazio i volontari dei centri di ascolto parrocchiali, gli operatori della Caritas diocesana e i collaboratori della Curia per il grande lavoro svolto, che ha consentito di erogare questi aiuti prima di Natale, facendo trascorrere giorni più sereni alle famiglie. Lo provano i messaggi ricevuti, di gratitudine e di sollievo”.

Come spiega Luca Grandi, vice direttore di Caritas, che ha curato le singole pratiche assieme all’ufficio economato della Diocesi“tutte le situazioni a cui abbiamo risposto sono conosciute e filtrate dalle Caritas parrocchiali. Si tratta, infatti, di famiglie seguite già e che, grazie a questi fondi, abbiamo potuto inserire in uno specifico percorso di accompagnamento. Le risorse erogate sono servite a tamponare in primo luogo rate di affitto arretrate, evitando anche qualche sfratto. E poi il pagamento di utenze, di spese mediche, di finanziamenti o rate di mutuo a cui le famiglie non sono riuscite a far fronte perché è venuto meno il lavoro di uno o di entrambi i coniugi”.

Nuova sede Caritas: nel primo mese offerte per quasi 17mila euro

Sfiorano i 17mila euro le offerte giunte nel primo di lancio della campagna per il progetto della nuova sede di Caritas diocesana.

Il progetto, lanciato il 15 novembre in occasione della IV giornata mondiale dei poveri, è orientato a sensibilizzare l’opinione pubblica su un intervento di grande portata e di cui c’è grande necessità, per fare in modo che tutte le persone che bussano alla porta di Caritas per chiedere aiuto, trovino un luogo accogliente e confacente ai bisogni.

La nuova sede sorgerà in via Pisa (zona Cottolengo), dove già ha sede da alcuni anni uno dei servizi di punta della Caritas: la Bottega della solidarietà. Adiacenti vi erano dei capannoni in disuso, che la Diocesi ha potuto acquistare grazie alla donazione ricevuta dalla famiglia Santini di Ravi e alla permuta dell’ex chiesetta de “Il Cristo”, lungo la strada provinciale del Pollino. Ora quei volumi dovranno essere demoliti, bonificati e trasformati in nuovi spazi nei quali la dimensione di prossimità della Chiesa possa tradursi in luoghi accoglienti, confortevoli, più adeguati rispetto agli attuali in via Alfieri.

Il progetto è stato affidato all’ingegner Emanuele Manusia e all’architetto Arianna Lamura di Arching Toscana, con sede in Grosseto.

L’immobile, attualmente in disuso, è costituito da un corpo di fabbrica rettangolare, in muratura portante, con una superficie utile lorda di 560 metri quadri, pari a un volume di circa 1700metri cubi.

Il costo della nuova sede, completo di arredi, si aggirerà sui 2 milioni di euro. Qualche generoso benefattore che si è già mosso. L’alienazione di alcuni beni di cui disponeva la Diocesi e il contributo della Cei, attraverso i fondi 8xmille, sono una buona base per partire, ma non saranno sufficienti per completare il progetto.

Per questo c’è bisogno dell’aiuto di tutti. E’ stato realizzato un depliant in 10mila copie, che può essere preso nelle Parrocchie e altri luoghi di incontro. All’interno, assieme alla descrizione del progetto e delle finalità, è accluso anche un bollettino di conto corrente precompilato, attraverso il quale chi lo vorrà potrà effettuare una donazione.

Potrà essere utilizzato anche l’iban: IT 26Z0760114300000010548584 intestato a Curia vescovile di Grosseto, causale: nuova sede Caritas.

Viaggio nei centri di ascolto parrocchiali. Seconda tappa Madre Teresa

La carità non si ferma in tempi di epidemia, anzi si vivifica proprio nei momenti più difficili. Questa è l’esperienza del Centro di ascolto della
parrocchia Madre Teresa di Calcutta, che ha inaugurato il suo impegno nel
giorno più buio della pandemia, a marzo scorso. «Il lockdown ci ha stravolto, abbiamo deciso che bisognava rafforzare i servizi che la parrocchia già offriva».

La sede è stata inaugurata il 5 settembre scorso, durante la festa della parrocchia. Le famiglie che ricevono sostegno da questo Centro parrocchiale di Caritas sono circa venti, quattro volte tanto rispetto a marzo e, purtroppo, le richieste non fanno che salire. I volontari coinvolti al momento sono tre, la principale attività del centro è la distribuzione settimanale di pacchi viveri anche se «il nostro impegno è praticamente
24 ore su 24», dicono i volontari. Se le difficoltà per le famiglie aumentano, settimana dopo settimana, c’è tutto un quartiere a sostenerle. «Ogni seconda domenica del mese, sul sagrato della nostra chiesa, raccogliamo donazioni di alimenti o denaro. Sono in tanti a donare, soprattutto i meno abbienti. La pandemia ha fatto capire a tutti che individualmente non ci salviamo e la nostra comunità, per come si è messa in moto, è stata capace
di leggere i segni dei tempi», raccontano i volontari.

Le offerte raccolte vanno a sostenere chi, spesso improvvisamente, si ritrova in situazioni di vulnerabilità, tramite alimenti, buoni spesa o contributi per le spese più varie, dalle bollette alle visite mediche. L’attenzione però è più profonda: «Cerchiamo di andare oltre il bisogno
materiale, spesso le persone hanno bisogno di qualcuno con cui parlare. Quando vediamo che le relazioni continuano oltre le necessità siamo sicuri di esserci riusciti».

È un’esperienza che segna innegabilmente chi vi si impegna con dedizione e fatica: «Torniamo a casa stanchi, ma sentire che qualcosa cambia nella vita di queste persone è impagabile». La fiducia, in tempi come questi, è il
bene di scambio più prezioso, verso il futuro e verso gli altri, e viene donata
reciprocamente, abbattendo le distinzioni tra chi assiste e chi riceve. Durante questa pandemia, fiaccati dalla crisi, c’è il rischio che ognuno si
concentri sui propri bisogni e questo Centro parrocchiale vuole proporre a tutti un’attenzione al più debole: «È anche per questo che abbiamo scelto di darci una struttura, per coinvolgere tutta la comunità, tutto il quartiere».

Il nome della santa dei poveri torna spesso nelle parole dei volontari: «Madre Teresa è un punto di riferimento per tutti noi parrocchiani. Quello che facciamo è semplicemente una goccia nell’oceano, come diceva lei, ma è pur sempre qualcosa». Due ritratti di Madre Teresa svettano anche nel magazzino del Centro di ascolto parrocchiale, così come azzurre sono le pettorine dei volontari che, ridendo, spiegano: «Ci sono state donate, il colore non poteva essere più azzeccato».

Guardando al futuro del centro ci sono tanti progetti: «Vorremmo avere basi ancora più solide, radicarci maggiormente nel quartiere e, perché no, magari un giorno aprire una mensa. Quello che speriamo è, soprattutto, che le famiglie che stiamo aiutando riescano a rimettersi in carreggiata, riprendano a camminare con le loro gambe».
Ormai alla conclusione dell’anno, guardando indietro ricordiamo che ci sono fiori, come quello della carità, che sbocciano solo nel deserto e che spesso sta proprio a noi scovarli e custodirli.

(da “Toscana Oggi” del 13 dicembre 2020-servizio a cura di Giovanni Cerboni)

Viaggio nei centri di ascolto parrocchiali. Prima tappa il Sacro Cuore

Ho conosciuto un gruppo dei volontari che ogni settimana, per due volte, tengono aperto il centro di ascolto della parrocchia del Sacro Cuore, in via della Pace.

È qui che la Caritas diocesana ha mosso i primi passi, a metà anni ’70, anche grazie all’impegno dei Missionari Vincenziani e di padre Coletta in particolare. «Partimmo grazie a donazioni e offerte, comprammo il primo frigo e scegliemmo questo spazio per le nostre attività», spiega Agostino Megale, responsabile del Centro di ascolto, mostrando gli spazi parrocchiali della Caritas. Nel tempo, anche grazie alla collaborazione con Banco Alimentare, la disponibilità di aiuti è andata crescendo e attualmente la parrocchia dà assistenza a più di 200 persone. I volontari, raccontando, tratteggiano, dietro ai numeri, immagini di volti conosciuti, di esperienze toccate con mano: assistiti e volontari che si incontrano per le vie del
quartiere, chiacchierano e si confidano gioie e fatiche della vita. E chi si è legato torna, anche se non ha necessità materiali per cui essere aiutato, magari con un piccolo dono dal Paese di origine.

Il campanile del Sacro Cuore è un punto di riferimento, simbolico e non, per persone che si trovano un po’ incagliate in situazioni di solitudine e vulnerabilità. Non si vuole rimediare solo alla fame, ma anche alla solitudine. «Alcuni di noi sono qui da 10 anni e quelli che si costruiscono sono legami non solo basati sul bisogno: è come se fossimo una famiglia. Certo, capita che ci sia qualcuno che cerca un po’ di approfittarsi, ma generalmente c’è un rapporto di mutuo rispetto», dicono i volontari.

La relazione non è solo un aspetto velleitario, ma il metodo con cui i servizi
vengono erogati: «Ognuno riceve ciò di cui ha bisogno in base alla sua precisa condizione. Non esistono ricette universali e il primo passo è sempre l’ascolto, dopo di che capiamo quello che possiamo fare. Le soluzioni sono le più varie: spesa, aiuti per le bollette, ma anche indicazioni per le necessità più disparate, come l’iter per ottenere la patente o un aiuto per imparare l’italiano».

Se da una parte la burocrazia viene ridotta all’osso, la Caritas ha sviluppato, negli ultimi anni, un sistema che permette di elaborare statistiche sui richiedenti, equilibrare le risorse ed evitare le frodi, grazie alla condivisione di informazioni tra Parrocchie. La richiesta di impegno viene soddisfatta con gratitudine: «È un modo per restituire tutta la bellezza che la vita mi ha donato – dice una volontaria – Questa primavera siamo stati gli unici a poter dare assistenza ad una signora anziana, che da mesi non
vedeva nessuno, le abbiamo portato la prima mascherina».
Di questo impegno c’è sempre più bisogno, soprattutto ora che la pandemia incomincia a far sentire il suo morso. «Nell’ultimo periodo c’è stato un incremento del 10% nelle famiglie che richiedono aiuto e probabilmente dopo questa seconda ondata sarà ancora peggio», preconizzano i volontari.

(da “Toscana Oggi” del 29 novembre 2020-servizio a cura di Giovanni Cerboni)

Caritas diocesana: un po’ di storia

BREVE STORIA DI CARITAS DIOCESANA

1970    Papa Paolo VI scioglie la POA (Pontificia Opera di Assistenza)

1971     Con decreto del 2 luglio a firma del Card. Poma, la CEI istituisce Caritas Italiana

1974    Il 12 aprile, il vescovo di Grosseto, Mons. Primo Gasbarri, con decreto istituisce la Caritas diocesana di Grosseto. Mons. Giorgio Gaggioli viene incaricato come direttore, col compito di mettere in piedi la Caritas

1980     Il vescovo Adelmo Tacconi affida la direzione di Caritas diocesana a p. Fernando Coletta, C.M., il quale lavora per la crescita di questa realtà. Vengono organizzati i primi incontri coi referenti parrocchiali; vengono istituite l’Avvento e la Quaresima di carità e altre iniziative

            Caritas diocesana si dota anche di uno Statuto, che nel corso del tempo ha subìto alcuni aggiornamento. Viene anche nominato un Consiglio

1989     Viene aperto il centro di accoglienza nei locali del Seminario vescovile (ala via Dandolo)

1990     Nasce il Centro “Noi Insieme” per persone portatrici di handicap. Per molti anni il Centro avrà sede nell’ex asilo parrocchiale di Braccagni; poi a Grosseto in via Sardegna

1991     Viene aperto il Centro di ascolto

1993     Il vescovo Angelo Scola nomina un laico, Alberto Eusepi, vice direttore di Caritas diocesana. Successivamente Eusepi diventa direttore facente funzioni, in occasione del trasferimento di p. Coletta da Grosseto ad altra sede

1999     Il 1 ottobre il vescovo Giacomo Babini nomina Eusepi direttore

2001     Il 17 febbraio si tiene la cerimonia di benedizione dei locali di Caritas ristrutturati

2002     Il 19 ottobre si tiene il Convegno sulle Caritas parrocchiali a Grosseto

Nel corso degli ultimi vent’anni Caritas diocesana ha partecipato a vari progetti in collaborazione con altri soggetti del volontariato sociale ed enti pubblici. A partire dagli anni ’90 ha anche partecipato o promosso progetti di cooperazione all’estero

Più di recente sono nati altri progetti:

-Bottega della solidarietà, in via Pisa

-il progetto “famiglie solidali” con la gestione di piccoli appartamenti per far fronte all’emergenza casa di molti nuclei familiari, che vengono affiancati da altre famiglie per essere sostenute nel loro percorso di reimmissione piena nella società

-il rafforzamento dell’esperienza del servizio civile, grazie al quale la Caritas ha potuto aprirsi ad una serie sempre più ampia di progetti legati all’integrazione dei cittadini stranieri, al doposcuola, al microcredito.

-la Casa di Elia, in un’ala del centro diocesano Frassati, per l’accoglienza di padri separati

-il servizio di ascolto psicologico

I DIRETTORI

1974 – 1980   Mons. Giorgio Gaggioli

1980 – 1994     p. Fernando Coletta, C.M.

1994 – 1999      Alberto Eusepi (facente funzioni)

1999 – 2011     Alberto Eusepi, affiancato, da metà anni 2000, dal vice direttore Luca Grandi

2011                don Enzo Capitani (in carica). Affiancato dal vice direttore Luca Grandi

LE CARITAS PARROCCHIALI

Centri di ascolto ufficialmente costituiti, con volontari, sono attive nelle 10 parrocchie della Città, nella parrocchia di Roselle e nella parrocchia di Scarlino scalo