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“La storia è piena di tanti magi, alla ricerca di una verità non teorica, ma concreta, che appaghi tutto l’uomo e la sua voglia di conoscere e di amare”

“La storia è piena di tanti magi, alla ricerca di una verità non teorica, ma concreta, che appaghi tutto l’uomo e la sua voglia di conoscere e di amare”

L'omelia del vescovo Giovanni nella solennità dell'Epifania 2022

Quello che abbiamo ascoltato, fratelli e sorelle, ovvero l’annunzio della Pasqua è una caratteristica della solennità dell’Epifania: la cosiddetta pubblicazione delle feste mobili, cioè di quelle feste che variano nel calendario la loro celebrazione.

Vorrei farvi riflettere che non si tratta di una curiosità di calendario o di un’usanza fra le tante. Ha un significato molto specifico. La festa dell’Epifania – dal greco manifestazione dall’alto – è la festa che continua la manifestazione del Signore nel triduo pasquale in maniera particolare, ma – come ci è stato appena ricordato – anche in tutte le domeniche e feste del Signore. Dunque è una continuazione e una celebrazione della manifestazione del Signore, che la Chiesa oggi sottolinea soprattutto con la presenza dei magi a Betlemme, ma riguarda anche le altre due manifestazioni: il battesimo Signore, che celebreremo domenica prossima, e le nozze di Cana, il primo segno che fece Gesù “e i suoi discepoli credettero in Lui” (cfr Gv 2,11).

Allora al centro c’è sempre la persona di Nostro Signore Gesù Cristo. Accanto, insieme e attorno a Lui gira tutta la storia, gira tutto l’universo e giriamo – insieme di partecipazione – anche noi. Sì, perché quello che abbiamo ascoltato, fratelli, non è una novella…  Come sono nati i regali ai bambini nel giorno dell’epifania? E’ ovvio: in modo da ricordare quei regali che i magi portano al Bambino Gesù, i genitori cristiani hanno fatto i regali ai loro bambini. E’ una conseguenza così bella, che non c’è bisogno di inventare altre cose. L’affetto della mamma e del babbo, che danno dei regali, ricordando i regali ricevuti da Gesù, penso che sia più che sufficiente!

Noi abbiamo ascoltato il testo di Matteo e il lettore ha concluso dicendo: Parola del Signore. E noi abbiamo risposto: sì, è vero! Rendiamo gloria al Signore. Abbiamo cioè dato la nostra adesione non a una fiaba, ma alla Parola di Dio, quella parola che nella Scrittura –dice la Dei Verbum – pur “restando sempre intatta la verità e la santità di Dio, si manifesta l’ammirabile condiscendenza della eterna Sapienza” (D.V. n.13). In altre parole, “La Parola di Dio, espressa con lingue umane, si è fatta simile al parlare dell’uomo, come già il Verbo dell’eterno Padre, avendo assunto le debolezze dell’umana natura, si fece simile all’uomo” (ibid). Questo testo conciliare, molto importante, dice che la Sacra Scrittura è la  Parola di Dio, espressa in parole umane.

Infatti la tradizione e la pietà cristiana hanno voluto dare un volto a questi magi, un nome, una provenienza – dall’Oriente, termine quantomai generico – erano, secondo la tradizione, uno giallo, uno nero e uno bianco per simboleggiare tutti i popoli. Dare un nome e un volto a questi sapienti che il Vangelo lascia un po’ indeterminati non deve meravigliare: noi siamo identificati attraverso un volto, un nome, una provenienza. Questo è il nostro modo di identificarci, non come delle persone anonime, ma come specifiche. La stessa operazione è avvenuta per i magi. Gesù stesso ha un nome, un volto, una provenienza. Cose di cui l’uomo non può fare a meno, salvo cadere in un anonimato di nessuna rilevanza.

La tradizione cristiana ha visto e letto nei magi i rappresentanti di tutti i popoli che aspirano ad avere rapporto con Dio e ne cercano le tracce (la stella), ne cercano una relazione (i doni) con questo Qualcuno che supera il tempo e lo spazio e per cercare il quale bisogna mettersi in viaggio.

Letta così, la storia è piena di tanti magi, non solo dei tre che si avvicinano a Betlemme, alla ricerca di una verità non teorica, ma concreta; non una curiosità intellettuale, ma che appaghi tutto l’uomo e la sua voglia di conoscere e di amare. Anche la Bibbia testimonia questo desiderio espresso dell’uomo e noi lo vogliamo rispettare in tutti gli uomini, in tutte le culture, in tutte le civiltà questo desiderio che trascende l’uomo invitandolo a  non ripiegarsi su se stesso, ma a ricercare.

E cosa hanno trovato i magi? Non i segni che forse si aspettavano. Cercavano un re, quindi una corte e una reggia…segni che facevano tremare Erode. Ma hanno trovato un bambino, come lo hanno trovato i pastori, e hanno avuto coraggio di andare oltre quello che vedevano e di prostarsi e adorare.

Allora, fratelli, la nostra strada allora è tracciata: non siamo noi che arriviamo a Dio, ma è sempre Dio che scende, attraverso la Grazia, verso di noi. Questo è fondamentale nel cristianesimo perché vuol dire che è per tutti. Dio non è a sedere sul suo trono, una specie di Giove, e l’uomo tenta la scalata! Fosse così, c’è chi ci riesce e chi no; chi ha le forze per farlo e chi non le ha; chi ha problemi psicologici, spirituali, fisici… che non gli permettono questa “scalata”. In questo modo la fede in Dio sarebbe estremamente selettiva, una mia conquista. No, il cristianesimo, non è questo! Il cristianesimo è il fatto che Dio scende e questa discesa è per tutti. Qualunque persona lo può riconoscere. I magi ci fanno da battistrada. Lo può riconoscere e può essere accolto da Lui.

Allora noi dobbiamo cecare il volto di Dio nel volto di Gesù e il volto di Gesù nel volto del prossimo, con cui Lui ha voluto identificarsi. Ecco qual è il cammino cristiano che ciascuno di noi è chiamato a compiere. Grati per essere stati chiamati da Dio, la strada passa attraverso la fede in Gesù e la fede in Gesù che si manifesta nell’amore al prossimo.

E’ la strada che ci auguriamo anche quest’anno, nonostante tutto, di poter percorrere. E’ la strada che anche quest’anno – ci sono state indicate prima le tappe nell’annuncio di Pasqua – ci auguriamo reciprocamente di poter fare per arrivare in fondo e dire: ho un anno in più della mia esperienza cristiana; ho un anno in più della mia conoscenza del Vangelo; ho un anno in più della mia comunione con Cristo e con il prossimo.

Possiamo allora affrontare le emergenze che la situazione attuale ci presenta, senza scoraggiarsi né ritirarsi in noi perché non troviamo niente o troviamo molto poco. Rischiamo di autoimplodere se ci comportassimo così.

Apriamoci alla grazia di Dio, apriamoci all’amore al prossimo. Dio lo conceda a tutti voi e lo conceda anche a me.

Amen!