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Festa della Presentazione di Gesù: l’omelia del vescovo Giovanni

Festa della Presentazione di Gesù: l’omelia del vescovo Giovanni

Il 2 febbraio 2022, nella chiesa cattedrale di Grosseto, il vescovo Giovanni ha presieduto la solenne liturgia nella festa della Presentazione di Gesù – conosciuta popolarmente come Candelora – e XXVI Giornata della vita consacrata.

Dopo l’omelia, rappresentanti delle comunità religiose maschili e femminili e una consacrata laica hanno rinnovato la loro professione di vita secondo le formule proprie di ciascun Ordine e Congregazione.

Di seguito l’omelia pronunciata dal vescovo Giovanni

Cari fratelli e sorelle,

riflettiamo un momento insieme sui gesti liturgici che abbiamo compiuto e sul gesto che compiremo dopo queste brevi parole.

Abbiamo portato fra le nostre mani una lampada accesa, che ci ricorda la “luce per illuminare le genti”, come dice il vecchio Simeone nel Nunc dimittis. Il prologo di Giovanni ci ricorda che il Signore è venuto perché ogni uomo sia illuminato dalla Sua luce e noi ci rallegriamo di fronte ad essa.

Ma per noi questa candela accesa ricorda un’altra lampada, santa, che ci fu data il giorno del nostro battesimo, il santo giorno del nostro battesimo. Insieme alla candela ci fu detto: “Ricevi la luce di Cristo”. Poi fu detto ai nostri genitori: abbiate cura che vostro figlio, vostra figlia viva come figlio della luce e, andando incontro al Signore che viene, cammini nella via del Vangelo.

Quella lampada non dobbiamo dimenticarla mai, con un senso profondo di gratitudine: a Dio, prima di tutto , che ci ha consegnato quella lampada; di gratitudine a chi ci ha battezzato, perché è stato lo strumento concreto perché quella lampada ci fosse consegnata; di gratitudine ai nostri genitori, ai nostri padrini; di gratitudine alla Chiesa, che ci ha dato la fede nel Signore Gesù attraverso il dono grande del battesimo. E proprio perché è un dono grande, si manifesta in tantissimi modi. Da quelli solenni, grandi su cui si regge la Chiesa, cioè il sacramento dell’Ordine e il sacramento del Matrimonio, che sono le colonne portanti della Chiesa (a volte mi chiedo se ci può essere la Chiesa senza il sacramento dell’Ordine ed è facile dire di no; ma ci può essere la Chiesa senza il sacramento del matrimonio?)

Ma proprio perché questa lampada illumina tutti e tutto, ci sono tanti altri doni, carismi e modi di illuminare e “reggere” la Chiesa. E’ ciò che, in qualche modo, stasera vogliamo celebrare: il carisma della consacrazione e della vita religiosa. Lo specifico carisma di ciascuno di noi, che la prima lettera ai Corinti, che stiamo leggendo in queste domeniche, ci invita a considerare. Vi ricordate: due domeniche fa ci veniva ricordato che Cristo ha costituito alcuni profeti, alcuni interpreti delle lingue, altri predicatori… mentre domenica scorsa ci è stato rivolto l’invito a seguire il carisma più grande: la carità. Ora, questa carità ha veramente cento facce: alla nostra preghiera e alla nostra sapienza umana, illuminata dallo spirito di Dio, capire qual è il carisma proprio di chi ha fatto la scelta religiosa in ognuna delle singole famiglie presenti nella Chiesa, ma anche il modo concreto con cui questo carisma può essere vissuto ora, stasera, domani, perché quella Professione che tra poco rinnoverete non sia fatta di parole generiche, per quanto belle e sante.

Mi permetto, allora, di suggerirvi due aspetti. Uno viene dalla “Fratelli tutti”, questa grande enciclica del Papa, che vi prego di prendere in seria considerazione facendone anche una lettura comunitaria in maniera vera, opportuna, costante.

In essa, il Papa usa le parole di una delle ammonizioni di san Francesco, e porta l’esempio della parabola del buon samaritano. Ciascuno di voi – frate, suora – sia imitatore/imitatrice del buon samaritano. Il mettersi accanto senza presunzione, ma con animo ben disposto, a chi attraversa la vostra strada, a chi incontrate per la vostra strada. Non sto a riassumere la parabola, che è notissima; raccomando solo che lo spirito di quel racconto ci sostenga sempre. E allora vedremo che i nostri santi sono andati non oltre la parabola, ma oltre la lettera della parabola: non hanno aspettato di incontrare qualcuno, sono andati a cercarlo!

Occorre, dunque, la spinta a non rimanere legati a tradizioni sacrosante, ma che devono essere rinfrescate, rese ancora più vere, ancora più profonde, ancora più belle.

A questo primo aspetto ne aggiungo un’altro, che può apparire molto secondario, ma che dal mio punto di vista non lo è: la situazione vocazionale ha imposto alle nostre comunità religiose sia maschili che femminili di convivere tra frati o suore di diverse parti del mondo. Se riuscite a convivere bene, se riuscite ad accettarvi per quello che siete, con la storia che avete alle spalle, allora siete una comunità educante. Vi porto un esempio semplice, che ho notato tante volte nelle comunità femminili che hanno le scuole, specialmente materne e dove convivono sempre più spesso una suora europea, una suora africana, una suora asiatica. Se queste tre sorelle sanno volersi bene, sanno rispettarsi, sanno accettarsi… quale educazione più grande da dare ai bambini, i quali crescono vedendo che quelle differenze, che il mondo crede tanto importanti, in realtà sono dei dettagli! Capite, allora, la forza educativa del convivere insieme accettandosi fratelli tutti? La forza educativa nei confronti delle nuove generazioni? Parlo delle scuole, ma il discorso si allarga ad ogni ambito.

Allora coraggio, fratelli e sorelle! Perdiamo l’abitudine di contarsi, nel senso un po’ negativo della cosa, e ringraziamo Iddio di quello che siamo!

Potremmo essere migliori? Certamente, ma lasciamo a Lui il giudizio.

Potremmo fare di più? Certamente, ma lasciamo a Lui l’iniziativa.

Gioiamo di essere quello che siamo!

Il popolo cristiano prima di tutto, ma tutte le persone, hanno diritto di vedervi – uomini e donne della vita religiosa – persone felici, contente di essere quello che sono! Persone che non stanno recitando, ma che esprimono, nello stile di vita, la gratitudine a Dio di quella lampada accesa che non si è spenta ancora e che – a Dio piacendo – non si spengerà!

Rinnovate ora la vostra consacrazione a Dio. Ciascuna famiglia religiosa ripete la propria specifica formula di consacrazione, vedendo in questo la realizzazione di quel passo dei Corinti proclamato due domeniche fa. Noi vi ascoltiamo con profondo rispetto e con profonda riconoscenza al Signore e a voi.

+Giovanni

i momenti della celebrazione del 2 febbraio e l’omelia del Vescovo