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Omelia nella XXX Giornata mondiale del Malato

Omelia nella XXX Giornata mondiale del Malato

11 febbraio 2022, dalla cappella dell'ospedale Misericordia di Grosseto

Rinnovo il mio saluto a tutti voi, al dottor Forti direttore dell’ospedale Misericordia, ai membri dell’Unitalsi e dell’Avo e a voi tutti che siete qui con me.

Vi dorò che rientro in questa cappella con una certa emozione, perchè qui da giovane sacerdote venivo durante l’estate ad aiutare i padri di allora: p. Rodolfo Brocchi e p. Adriano Minucci. Ricordo ancora le Messe della domenica mattina: ancora non c’era la chiesa della Santa Famiglia e questa chiesetta si riempiva di tutte persone che abitavano nella zona, specialmente ragazzini. Era molto bello e significativo, come se l’ospedale non fosse qualcosa di isolato, da guardare da lontano, da tenere a debita distanza, da fare gli scongiuri per non andarci mai… No, era quasi una realtà “normale”. Ed era anche una forma educativa nei confronti dei bambini, ai quali – con intelligenza, certo, e gradualità – va insegnato che la vita presenta anche questi aspetti. Ripeto: con gradualità o in maniera tranquilla come poteva essere all’epoca il venire qui alla Messa domenicale.

Perdonate queste reminiscenze.

Vorrei consegnarvi la parola che ci viene dalla Lettera ai Romani, un testo molto difficile, molto importante del Nuovo Testamento, che ci aiuta ad entrare nella logica del Vangelo. E la parola che vorrei consegnarvi è questa: poiché nella speranza noi siamo stati salvati.(Rm 8,24)

E’ il centro della Lettera ai Romani che abbiamo ascoltato stasera.

Cos’è la speranza cristiana? Non è un desiderio (“speriamo che…”); non è neanche un auspicio, un augurio… La speranza cristiana si fonda su un fatto preciso: Gesù di Nazareth con la sua vicenda umana e divina. Patì sotto Ponzio Pilato, è risorto il terzo giorno, tornerà nella gloria: questo è il fondamento della nostra speranza! Allora questo ci aiuti, fratelli e sorelle, ad affrontare la vita, a non scappare, a non rifugiarsi tra le nuvole, ma a tirarsi su le maniche. Ecco, allora, l’Unitalsi, ecco l’Avo, ecco altre associazioni o anche la singola persona che fa i conti con se stessa, con la propria coscienza e con la propria speranza. Quella speranza che ci mette nella condizione di considerare bene la nostra vita. Voglio esser molto franco: per sapere che si muore non è necessario venire in chiesa! Capite bene cosa voglio dire. Qui si viene a cercare un rapporto che dà senso alla mia vita e che dà senso alla mia morte. E siccome è un rapporto grande bisogna un po’ sudarselo: è grazia di Dio, certamente, ma non è gratis nel senso banale di questa parola; richiede la nostra adesione.

C’è una frase, sempre in questa Lettera ai Romani, che ci dà la misura di questa compartecipazione: l’apostolo Paolo parla della sofferenza del parto, che prelude alla nascita di una vita. Non una sofferenza fine a se stessa – non siamo masochisti! – né da santificare, ma è una sofferenza in attesa di… Anzi, dice Paolo, tutta la creazione geme nell’attesa di un parto: quello della rivelazione definitiva dei figli di Dio. Abbiamo davanti una strada impervia, certo, in salita anche, ma sappiamo dove andiamo.

Fratelli e sorelle,

non siamo venuti in questo mondo per sbaglio o per combinazione, o chissà perchè. Sappiamo perchè ci stiamo e ce ne andremo senza sbattere la porta. Questa è la speranza che deriva dal Vangelo: comunichiamocela gli uni gli altri; diciamocelo in occasioni gtravi e tristi che la vita ci presenza, ma anche nelle occasioni belle e gioiose. Preghiamo nelle prime e gustiamo le seconde e incoraggiamoci a vicenda.

Il senso di questa Messa è proprio questo.

Sia lodato Gesù Cristo!

+Giovanni