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“La resurrezione è la base del Cristianesimo, ci apre alla Speranza che è Cristo stesso e che deve diventare stile di vita”

“La resurrezione è la base del Cristianesimo, ci apre alla Speranza che è Cristo stesso e che deve diventare stile di vita”

L'omelia del vescovo Giovanni nella veglia pasquale celebrata in cattedrale

“La speranza cristiana nasce da un fatto: nacque da Maria Vergine…patì sotto Ponzio Pilato…è risorto il terzo giorno. La realtà di questi avvenimenti, frutto della fedeltà di Dio alle sue promesse, ci permette di guardare al futuro…di nuovo tornerà nella gloria…, ma anche di guardare al domani con fiducia e non con stanca e impotente rassegnazione. Potremmo fare forse la figura di ingenui creduloni, o peggio, di illusi che non vogliono vedere la realtà, ma anche se le vie di Dio non sono le nostre, siamo chiamati a fidarci di Lui”.

Sono state le parole del vescovo Giovanni nella prima veglia pasquale celebrata, nella notte di sabato santo nella cattedrale di San Lorenzo come vescovo di Grosseto.

Hanno concelebrato con lui, il vescovo emerito Rodolfo Cetoloni, il proposto del Capitolo della Catrtedrale don Franco Cencioni, il parroco della cattedrale don Piero Caretti. Hanno servito all’altare don Andrea Pieri, il diacono Guglielmo Diazzi e i seminaristi della Diocesi. Una rappresentanza della Corale Puccini, diretta da Luca Bernazzani responsabile musica sacra dell’ufficio liturgico diocesano, ha animato coi canti.

La veglia è iniziata alle 22.30 dal sagrato della cattedrale col rito del fuoco. Poi il Vescovo ha acceso il cero pasquale, incidendovi sopra una croce; poi l’alfa e l’omega, prima e ultima lettera dell’alfabeto greco, per indicare che Cristo è il principio e la fine di tutte le cose; infine le cifre dell’anno in corso per significare che Gesù è Signore del tempo e della storia. Infine ha inserito, al centro e all’estremità della croce disegnata su di esso, cinque pigne d’incenso, a ricordo delle piaghe di Gesù crocifisso.

“Lo sappiamo, fratelli – ha detto ancora il vescovo nell’omelia – questa resurrezione, vita nuova non è la reviviscenza di un cadavere (Lazzaro e il figlio della vedova di Nain sono tornati a morire), ma è la base di tutto il cristianesimo. E’ il primo annuncio che Pietro rivolgerà ai cittadini di Gerusalemme: quel Gesù che voi avete crocifisso, Dio lo ha resuscitato! Se è vero questo – ha proseguito – è vero il cristianesimo, sennò no. Potrà essere un umanesimo, una filosofia religiosa…ma non sarebbe il cristianesimo. E allora lasciamoci prendere per mano e condurre di nuovo dentro questo mistero che celebriamo; mistero che non significa cosa incomprensibile, ma che indica il disegno di Dio per noi e per il mondo intero. Questo disegno-mistero è talmente grande che è impossibile per noi comprenderlo in tutta la sua interezza, perciò diventa anche misterioso. Ma è un mistero che affascina, è un mistero che riempie il cuore e la vita, che non schiaccia e umilia solo perché non comprensibile in tutte le sue parti. Allora, per trovare e capire l’uomo è necessario guardare verso Dio e per poter parlare di Dio – perché non sia solo un’astrazione – è necessario partire dall’uomo. Le due immagini si richiamano e in Gesù esse trovano la loro perfetta sintesi. Lui è l’alfa e l’omega, il principio e la fine; a Lui appartengono il tempo e la storia. Lui è il figlio di Dio ed è anche il figlio dell’uomo”.

Poi, richiamando il gesto che nella veglia pasquale segue l’omelia, ovvero il canto delle litanie dei santi e la benedizione dell’acqua al fonte battesimale, il vescovo Giovanni ha sottolineato come “lì le parole della Scrittura troveranno per noi il compimento e apriranno altre strade future”. E ha esortato: “Allora anche noi continuiamo a sperare, sempre pronti a rispondere a chiunque ci chieda ragione della speranza che è in noi. La speranza che ci è data nel fonte battesimale e che viene nutrita dall’eucaristia. La nostra speranza non è un augurio, un pronostico felice, un desiderio… Cose umane. La nostra speranza ha un nome: si chiama Gesù! Siamo chiamati a sperare in Dio, più che sperare qualcosa da Lui. Non è sbagliato chiedere e quindi sperare i beni necessari per la vita – ha chiarito – ma prima di tutto dobbiamo chiedere all’Altissimo, onnipotente bon Signore che venga il suo regno, che sia fatta la sua volontà e tutte le altre cose ci saranno date in sovrappiù. In altre parole, la speranza – come la fede e la carità – deve diventare uno stile di vita e non momento occasionale – ha aggiunto – Se la speranza pasquale non è un’illusione, un effetto placebo, noi dobbiamo imparare a rendere ragione di essa. Amare e credere in Gesù significa imitarne la vita, i gesti, le intenzioni, le scelte. Lo dice Lui stesso: se mi amate, osservate i miei comandamenti. L’amore verso Dio, infatti, è qualcosa di molto concreto, non è sentimentalismo. Impegniamoci, allora, imitare il Signore Gesù: è un modello infinito e la sproporzione tra Lui e noi è più che evidente, ma l’imitazione di Lui ci educherà pian piano, ci cristianizzerà dentro!”.

La mattina di Pasqua il vescovo Giovanni si è recato nella concattedrale di Orbetello, in diocesi di Pitigliano-Sovana-Orbetello, per presiedere la solenne Messa del giorno.

IL VIDEO COI MOMENTI SALIENTI DELLA VEGLIA PASQUALE