«Fermarsi davanti al Tabernacolo non è tempo perso»: l’omelia del Vescovo per il Corpus Domini

L’eucaristia di questa sera, così come la processione che siamo chiamati a vivere, diventa un’espressione della nostra fede. L’esperienza personale con la presenza di Gesù. Qualcosa da comprendere, qualcosa in cui non essere solo formati; ma anche la capacità e la comunità, il gruppo, l’unione, aiuta e dà forza nel poterlo portare fuori.

Che non è solo portare fuori dalla chiesa, da questo luogo, ma portarlo fuori dal di dentro. Anzi, è nel modo con cui uno lo vive che lo porta fuori. Quanti atteggiamenti noi viviamo e portiamo fuori? Si vede da lontano. Si vede da lontano se sei contento. Si vede da lontano se sei preoccupato. Perché? Perché è lui di dentro.

Guardate come il nostro rapporto personale con il Signore, con l’Eucaristia, ha un significato enorme che dovremo sempre di più approfondire e conoscere. E allora questa insistenza di Gesù continuamente nel dire: “mangia la mia carne, bevi il mio sangue, mangia la mia carne”. Cioè, mangiare lui. E questo mangiare lui, lo spiega Gesù stesso, significa vivere per lui. Vivere per lui! Ed è proprio vero che quando tu vivi per una persona, sostanzialmente ti nutri di lui.

Il baricentro non è su di te, su di me, ma su di Lui. Significa avere un legame, significa avere una relazione, significa lasciarsi abitare. Quanto è vero che, quando l’altro mi abita dentro, è lui che comanda! Sia nelle cose belle, sia anche nelle arrabbiature, o no? Succede. Ma quanto vive, vive, vive, vive dentro. È l’esperienza di Gesù.

E con questa esperienza riconosci che non sei solo. Riconosci che la vita non è solo per te, ma è anche per qualcun altro per cui valga la pena sperare. Ecco il motivo, il rapporto tra Gesù e il Padre.

Ma quella stessa presenza, nel modo in cui vivi, in cui ognuno di noi vive quel legame con Gesù, ci lega a Dio, ci lega al Padre. Cioè ci toglie dalla solitudine. Non è vivere per se stessi, ma vivi per qualcuno. Ecco perché tu mangi la sua carne, bevi il suo sangue. E se ho qualcuno a cui voler bene, ecco la presenza di Gesù. Ma che poi si traduce anche nella realtà, dove viviamo e cosa facciamo.

Se ho qualcuno a cui voler bene, questo ci salva, ci salva. Perché? Perché non sono ripiegato su di me. Ma vivere per qualcuno, cioè quando il baricentro non è su di me, ma su di te, acquista tutto un significato diverso. La vita è diversa. Quanto l’esperienza dell’Eucaristia ci fa vivere questo atteggiamento, se lo riconosciamo e se vogliamo avere un legame con lui. E allora impariamo da Gesù, nel modo in cui ha vissuto il legame con il Padre, ma anche nel modo in cui ha tradotto questo legame con il Padre, che ha dato a noi questa capacità di amare.

Ecco perché noi guardiamo Gesù, ecco perché noi guardiamo l’Eucaristia. Prendi, mangia questo mio corpo: è un’esperienza affettiva enorme! Non è solo un sentimento, ma riconosce un legame: per nutrirti hai bisogno di me. Per nutrirti e per dare senso, significato, hai bisogno della mia presenza.

Ma non è così fra due innamorati? Anzi, riconosci proprio quando le cose non vanno, che mi manca quello. Si inserisce in questo orizzonte la presenza di Gesù; ed è un mangiare reale e vero, ma anche un mangiare, tra virgolette, simbolico. C’è l’occasione di sperimentarlo, non solo di capirlo, non è solo una questione di idea, ma di fare esperienza. Ecco perché noi abbiamo bisogno di fare esperienza nell’eucaristia. Che non è testa, ma entrare in questo legame. È una delle esperienze dell’eucaristia, dell’adorazione che dovremmo approfondire e vivere di più, cosa che si fa già nella nostra realtà, nella città, nelle nostre parrocchie. Sembra di perdere tempo, ma acquisti tutto! Sembra di non fare niente, ma il Signore sta lavorando con te e attraverso di te per quello che sei chiamato a essere e a fare! Il valore dell’eucaristia nell’esperienza. E allora abbiamo bisogno di nutrimento, non solo di noi, ma di nutrimento. Allora Gesù non ci dà semplici insegnamenti, ma ci dà se stesso nell’eucaristia, come fatto concreto, come fatto che serve, serve, ma mi nutre per me in questo. L’eucaristia, se vogliamo, è l’antidoto all’individualismo. Essendo prossimi solo a noi stessi.

L’eucaristia è l’antidoto all’egoismo. E allora l’amore di Gesù non ci toglie nulla, ma ci invita per farci vivere la nostra stessa vita. Cioè, la tua stessa vita. Vivo la vita per amore, con quella qualità e quel vigore. Diventa una forza l’eucaristia. Diventa anche un approfondimento personale l’eucaristia. Ma diventa soprattutto un legame, un legame. Invito, così come molti già fanno, anche nel corso della giornata, o in qualche modo, ad entrare in una chiesa, davanti al tabernacolo. Un saluto. Concretamente un saluto: Ti affido una gioia, ti affido un pensiero, ti affido un assillo. Ma non come un’esperienza magica, perché riconosco che quel legame lì fa bene a me. Essere eucaristici ci cambia la vita. Allora diventa una forza, un supporto, un qualcosa da unire, ecco. Così come diventa la nostra fede, anche nel portare la presenza di Gesù per la nostra città.

Invito, in questo momento, a offrire al Signore una gioia, una preoccupazione e una paura. A te, Eucaristia.

+Bernardino

(da registrazione)

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