Settimana Santa 2026

Omelia del Giovedì Santo: L’Amore che non accetta distanze

Cattedrale di Grosseto, 2 aprile

Celebriamo oggi l’inizio del Triduo Pasquale, il fondamento stesso della nostra fede. Vi invito a vivere questo appuntamento non solo come un rito, ma come un momento di preparazione interiore. Ritagliatevi, nel corso della giornata, uno spazio tutto per voi: un passaggio in una chiesa, la rilettura delle Scritture, il sacramento della Riconciliazione. Tutto questo serve a riportarci al cuore del mistero.

1. Un Dio che accorcia le distanze

Oggi facciamo memoria dell’istituzione dell’Eucaristia. È singolare che il Vangelo di stasera non parli esplicitamente di pane, di vino o di calice, ma si concentri su un gesto diverso. La premessa di tutto, però, è chiara: c’è un Dio che vuole fare comunione con noi.

Dio non accetta la distanza; non accetta che noi e Lui abitiamo su pianeti differenti. Per incontrarci, Egli accetta di farsi piccolo. Pur di raggiungerci, si fa “poca farina e poco vino”. In questa notte, il Giovedì Santo diventa la sintesi perfetta di tutto ciò che Gesù ha detto e fatto: è come una lente d’ingrandimento che concentra i raggi del sole in un unico punto, sprigionando tutto il calore del suo amore.

2. Una meta che orienta le scelte

L’Eucaristia non è solo un ricordo del passato, ma una presenza viva oggi. È l’anticipazione di ciò che vivremo in pienezza quando lo vedremo faccia a faccia. Dobbiamo chiederci: qual è la meta della nostra vita? Se la nostra meta è stare con Lui, allora questa prospettiva deve orientare ogni nostra decisione quotidiana. Siamo fatti per i legami, non per la solitudine, e l’Eucaristia è la scuola dove impariamo l’autenticità di questi legami.

Cosa ci insegna? Ci insegna a darci totalmente, senza riserve, senza quel “privato” che spesso diventa un muro. Ci insegna che amare significa anche accettare di perdere o di morire, pur di far emergere la verità dell’incontro.

3. Un amore oltre il merito

Gesù ama i suoi “sino alla fine”, cioè oltre ogni merito. Spesso noi amiamo per “merito”: ti voglio bene se ti comporti bene. L’Eucaristia ribalta questa logica. Gesù ci vuole vicini, vuole fare unità con noi anche se sa che lo tradiremo, anche se sa che tra poche ore saremo scappati.

È un amore che resta fedele a chi fedele non è. Pensateci: Dio non dà “un pezzo” di sé a qualcuno, ma dà tutto se stesso a ognuno di noi. Consapevolizzare questa fedeltà incrollabile di Dio nonostante le nostre miserie è il vero motore della nostra conversione.

4. Impastare il negativo con l’amore

Nella vita ci capita di accumulare “negatività”: fatiche, croci, incomprensioni, ferite, o quel senso di non essere più al centro del cuore di qualcuno. La sfida che l’Eucaristia ci lancia è questa: prendi questo “negativo” e prova a impastarlo con l’amore. Se impasti la tua sofferenza con i gesti e le parole di Cristo, il tuo sguardo cambia. Il sacrificio può essere la tomba dell’amore — se vissuto con rabbia e risentimento — oppure può essere l’occasione della Risurrezione. Ogni salto di qualità nel nostro modo di amare è sempre passato attraverso un sacrificio.

5. La forza del gesto intimo

Gesù conclude questa sintesi con la lavanda dei piedi. Va a toccare la parte più intima e “umile” del corpo. Non ci si fa toccare i piedi da chiunque, ma solo da chi ci vuole bene davvero. Gesù, l’Amante, si china su di noi per dirci che la sua forza è nel servizio.

Che questa Eucaristia diventi la forza della nostra vita: non solo celebrata, ma adorata. L’adorazione fa bene e fa del bene. In questo momento di silenzio, ringraziamo il Signore e proviamo a prendere una piccola, concreta decisione d’amore da vivere in questi giorni santi.

+Bernardino

(da registrazione)

 

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