Settimana Santa 2026

Omelia nella Messa crismale

Cattedrale di Grosseto, mercoledì Santo 1 aprile

Sentiamo quanto e come la Messa Crismale non sia solo un appuntamento, ma diventi un momento centrale per la nostra vita: non solo per l’anno liturgico che stiamo celebrando, ma per la nostra stessa vita di sacerdoti. Rivolgo quindi un grande e affettuoso saluto a tutti voi, a +Rodolfo e a tutti noi che condividiamo la fede. La Messa Crismale è il portale d’ingresso per celebrare la Pasqua.

Entriamo in un’ottica di cammino; è la Messa in cui consacriamo gli oli che vanno a sigillare, ma anche a segnare l’inizio e il compimento della nostra vita cristiana, donando sempre la presenza di Gesù nella Chiesa. Quanto è importante questo momento! Questo è il giorno della nostra generazione al Ministero della fede e della speranza.

Per noi sacerdoti è il giorno in cui dare smalto e vigore al nostro Ministero, che ha come fondamento l’Eucaristia. In questo momento, in modo particolare, rinnoviamo le nostre promesse. Di questo ci parlano le Scritture: il testo di Isaia descrive il segreto annuncio del Messia e, nella preghiera di Colletta, ci ricorda che noi consacrati abbiamo una missione grande: fasciare le piaghe dei cuori spezzati e proclamare l’anno di grazia. Anche il Vangelo ha ripreso questo testo di Isaia, presentandoci la prima giornata di Gesù nella sinagoga di Nazareth.

Invito tutti, e in modo particolare noi sacerdoti, a tornare al giorno della nostra prima Messa: per alcuni celebrata in questo Duomo, per altri nella parrocchia che ci ha generati nella fede. Perché tornare là? Perché diventare prete non è un evento che sta alle spalle o qualcosa di passato; è una realtà che viviamo e che si dispiega nel tempo. Come ogni sacramento per il Signore, non è solo un ricordo, ma un qualcosa che cresce. A volte però si incrina, incontra difficoltà, e allora chiede di essere riconosciuta e rinnovata ogni giorno. Che bellezza questa Eucaristia, questa Messa Crismale!

È vero che, dopo qualche anno di ordinazione – e questa sera vogliamo festeggiare proprio alcuni anniversari particolari – molti di noi si accorgono che l’identità sacerdotale non è qualcosa da difendere, ma da riscoprire. Ogni anno ne scopriamo un aspetto nuovo. Guardate che con il Signore non dobbiamo difendere niente; siamo anzi chiamati a scoprire il dono che Egli ha fatto a ognuno di noi. Che tu sia sacerdote, sposato, consacrato o missionario, il Signore ti ha dato un dono da riscoprire ogni giorno con più verità, umiltà e consapevolezza dei propri limiti e dei propri talenti.

Il nostro sacerdozio deve essere un dono da riscoprire perché esiste il rischio opposto, una tentazione che ci riguarda tutti: credere di essere già arrivati. Si rischia di smettere di cercarsi, o di accontentarsi di una routine che funziona. “Perché cambiare?”, ci si chiede. Ma questo discorso non vale solo per i sacerdoti: vale per tutti, anche nelle nostre case. Riconoscere il dono di Dio non mi permette di stare fermo; non per attivismo, ma per maturare una consapevolezza maggiore della grazia che il Signore ha riversato su di noi. La base comune è il Battesimo, un sacramento da riscoprire costantemente.

L’identità del presbiterio non si costruisce solo “con la testa”, nell’autoreferenzialità o nel confronto con gli altri. Essa ha una matrice precisa: l’incontro con Cristo nella preghiera. E poi ci sono altri passaggi fondamentali: l’incontro con il popolo e la comunità nel servizio che svolgiamo, e l’incontro con i fratelli nel presbiterio.

Il Papa ha ripreso questo atteggiamento offrendoci un orizzonte su cui riflettere, ricordandoci nel dicembre scorso che ogni vocazione sacerdotale nasce dall’incontro con Cristo, che chiama liberamente e affida una missione. La fedeltà si rafforza quando il sacerdote torna più volte a quel “primo sì”, specialmente nei momenti di prova, di tentazione o di stanchezza. In questo senso, la fedeltà non è un atteggiamento statico, ma un cammino permanente di conversione radicato nella relazione personale con Gesù.

Tornare al “primo sì”: invito ognuno di noi, anche tutti voi battezzati, a farlo. Non per nostalgia, ma per ritrovare il filo. Questa Eucaristia ha questo compito. Ognuno di noi ha un momento preciso in cui ha detto il suo “sì” e ce lo ricordiamo tutti: in seminario, durante un ritiro, o davanti a un sacerdote di riferimento. Magari quel “sì” non era perfetto – non poteva esserlo – però era vero. Tutto parte da lì. La nostra vita parte dagli incontri e il cammino di questi anni è sempre più una verifica di quel primo assenso che vale la pena rileggere.

Vorrei aggiungere un’attenzione: la vita spirituale non è separata dalla vita ministeriale e di servizio. Per certi versi non esiste una “zona preghiera” distinta da una “zona lavoro”. Al contrario: la preghiera, l’Eucaristia, la Liturgia delle Ore, la direzione spirituale, tutto questo plasma il modo di stare nel ministero, il modo di essere presenti in una comunità, in un’associazione o in un territorio. Plasma il modo di guardare la gente, di affrontare i limiti e le stanchezze. Quando manca la vita spirituale, il ministero prima o poi inaridisce e si svuota.

Raccogliamo questo invito: il rapporto con il Signore deve permeare anche le cose semplici che facciamo a casa. Non c’è un “qui” e un “là”, c’è la vita vissuta integralmente. Vi invito dunque a curare l’interiorità e a portare in questa Eucaristia le vostre comunità, le famiglie, gli ammalati, gli anziani, i disabili, gli ultimi, i ragazzi e i giovani che sognano il loro futuro.

Mettiamo sull’altare quello che siamo: è un camminare insieme. Questo rinnovo del nostro “sì” diventi l’occasione per continuare l’incontro con il Signore. È vero, le sfide e le difficoltà sono tante, ma dobbiamo metterci passione. Senza passione non si va da nessuna parte; senza trasmettere forza, energia e fiducia, la vita non rinasce. Senza coraggio e testimonianza personale non contagiamo nessuno. Se non si dona un po’ di se stessi, non si apre alcuna porta e non si tocca il cuore di nessuno.

Raccogliamo tutti insieme il “sì” che oggi noi sacerdoti pronunciamo, affinché si traduca per ognuno di noi in un modo nuovo di fare Chiesa e di costruire comunità. Crediamoci oggi più che mai: noi portiamo l’acqua, poi Dio farà il resto, ma quell’acqua dobbiamo portarla noi. Diventi questo momento, in questo silenzio e in questa preghiera, un’offerta e una condivisione. Vi invito a pregare per i vostri sacerdoti, così come noi preghiamo per le nostre comunità. Alla fine, ciò che ci lega è la presenza di Gesù, che oggi è qui con noi.

*Bernardino

(da registrazione)

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