sabato 9 marzo 2024

Omelia nella II domenica di quaresima-Accoglienza della reliquia del sangue di san Francesco

dalla Chiesa Cattedrale

Stiamo celebrando la quarta domenica di quaresima e abbiamo ascoltato un piccolo brano di un lungo discorso notturno fra Gesù e Nicodemo, questo grande teologo – potremmo dire -, personaggio certamente importante nella società ebraica del tempo.

“Cosa devo fare per avere la vita eterna?” è, in sostanza, la domanda che Nicodemo rivolge al Signore. E il Signore gli consegna questa magnifica verità: “Dio non ha mandato il figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui” (Gv 3,17).

Chi lo rifiuta, in qualche modo si pone da sé fuori dalla misericordia di Dio; chi lo accoglie e crede nel nome dell’Unigenito figlio di Dio, invece, è salvo.

Dio vuole questo da noi: che crediamo nel Signore Gesù e che ci fidiamo di Lui; che impostiamo la nostra esistenza sulla vita e sulle parole di Lui: questo ci mette dentro la salvezza che il Signore è venuto a portare.

Paolo, nella lettera agli Efesini, ci ricorda ancora che siamo salvati per grazia; non attraverso le nostre opere buone possiamo “contrattare” con Dio la salvezza, ma se Dio ci ha salvati, allora possiamo compiere del bene! Non è una considerazione di circostanza. Guardando anche a tutti i bambini che sono qui davanti (e ci rallegriamo con loro), proviamo a chiederci: come fanno ad imparare ad amare? Chi glielo insegna? Lo imparano in un modo solo: sentendosi amati! Non c’è un’altra via, un altro trucco! Solo sentendosi amati imparano ad amare. Possono impararlo bene, possono farlo in modo insufficiente… ma la strada è questa. Poi la grazia di Dio può arrivare anche oltre l’incapacità nostra di amarli, ma prima di tutto il modo è questo. Non a caso molti psicologi ci spiegano che tante devianze da adulti vanno a ricercare l’origine in quando eravamo bambini. Se non siamo stati amati o siamo stati rifiutati, disprezzati, da adulti rivivremo queste dinamiche nei nostri comportamenti.

Dio, che è all’origine della nostra vita spirituale, agisce proprio così: ci ha amati per primo; ci ha dato una grazia che è tale, perché non è meritata, e dopo ci rende capaci di amare.

E’ questo il discorso fra Gesù e Nicodemo e da esso prendiamo questa frase: “chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio” (Gv 3,21)

San Francesco è certamente una persona che ha fatto la verità, che è venuto verso la lue e noi siamo qui a testimoniare che le sue opere sono state fatte in Dio. Tanto sono state fatte in Dio, che il popolo cristiano – se volete anche in maniera esagerata – l’ha chiamato “L’altro Cristo”. Ho detto “esagerata” perché Cristo è uno solo e tutti, Francesco compreso, sono stati redenti. Ma quella luce era così splendente e bella, e grande che ha attirato e attira ancora dopo secoli la venerazione, la considerazione, la preghiera, la lode del popolo cristiano. Questo è il senso dell’accoglienza, questa sera, di una sua reliquia. Noi ricordiamo le stimmate di Francesco, evento così straordinario da aver impressionato i contemporanei; ora noi sappiamo, però, come ci dice Paolo, che ogni carisma è dato per l’utilità, il benessere, il vantaggio di tutto il popolo cristiano. Questo è il primo criterio: Dio dà un dono, ma esso deve essere condiviso, altrimenti va a male e diventa autoreferenziale perdendo il suo senso. Questo è uno dei criteri che la Chiesa usa quando si tratta di giudicare un’esperienza spirituale. Ne utilizza anche altri, di criteri, ma il primo è questo!

Le stimmate di Francesco, allora, cosa ci insegnano? Cosa condividiamo di quell’esperienza di un uomo che ha impressionato e continua a impressionare l’umanità? Dicono l’immagina di Gesù che ciascun cristiano porta dentro di sé. Il giorno che siamo stati battezzati, siamo stati segnati col segno della croce, col timbro di Cristo Signore; in Francesco quel segno è diventato visibile ed esperienza talmente grande da incidersi nella sua carne, così che il popolo cristiano possa guardarlo come guida sicura. E’ quanto vogliamo celebrare stasera e nei giorni della peregrinatio: ricordare un avvenimento che coinvolge Francesco e i suoi figli spirituali, ma che coinvolge e rende gioiosa tutta la Chiesa.

Vorrei domandare a questi ragazzini: cos’è una reliquia? E’ un piccolo segno, che ci mette davanti, come un’immagine concreta, la persona di san Francesco. Ecco perché la veneriamo. Non è un portafortuna! A noi ci aiuta a pensare a Francesco, al suo messaggio e a ringraziare il Signore. Ecco perché lo facciamo nel contesto della Messa, in cui celebriamo la passione e la resurrezione del Signore e di tutti coloro che in Lui hanno creduto, amandolo e servendolo: Francesco e tanti nostri amici che oggi sono in paradiso. La reliquia fa, dunque, da ponte fra noi e loro. E allora in questo Gesù, nel Padre che lo ha mandato non per condannare il mondo ma per salvarlo; nello Spirito che ci è stato effuso il giorno del battesimo, diciamo insieme la nostra fede.

+Giovanni

(da registrazione)

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